E’ tutto un inno alla “distensione” il nuovo corso inaugurato dall’Angelino custode e ministro per rendere finalmente giusta, modernizzare ed “efficientare”, secondo la neolingua padana del capogruppo leghista alla Camera Reguzzoni, la nostra giustizia “al palo”, imbrigliata dai paletti obsoleti della Costituzione e tiranneggiata dalle toghe rosse. Sembrano appartenere a un’altra era i proclami molto sinceri, bisogna riconoscerlo, del pluri-imputato con gli attributi del martirio giustizialista e della persecuzione ultradecennale, cerotto-lenzuolo e bilancia squilibrata, che solo tre giorni fa tuonava contro il golpe di Mani Pulite e contro “la dittatura dei magistrati, la più odiosa”.

L’offensiva “distensiva” del ministro della giustizia, dopo la gloriosa tappa domenicale da Lucia Annunziata che ha opposto, in assoluta buona fede, una resistenza pari a quella di un mucchio di sacchi di sabbia davanti alla furia dello tsunami giapponese, sta procedendo implacabile su ogni fronte, forte della sponda “riformista”, ancora una volta più che mai sensibile, alle mitiche sirene del dialogo. Sono giorni che Il Riformista colleziona titoli dialoganti, concilianti e sommamente invitanti su finalità e contenuti della riforma: “Le larghe intese”; “Alfano chiama il Pd: non arroccatevi”; “Eppur si muove. Molti nel Pd vogliono ‘confrontarsi’” a cui risponde con perfetta corrispondenza di amorosi intenti Il Foglio: “Giustizia e libertà. Anche a sinistra c’è chi la vuole” e forse non deve essere casuale se, per esordire nello spazio che fu di Enzo Biagi, il consigliere massimo ha evitato di andare all’assalto dei magistrati e ha scelto di parlare d’altro.

E all’insegna della “distensione” è stato alla fine presentato l’emendamento che al momento archivia la norma transitoria, anche se Paniz ha precisato “non so se occorrerà ripresentarle”, riferito a nuove leggine per “tutelare” il premier, ma ha aggiunto in tono superconciliante che sul processo breve potrebbe accogliere emendamenti che provenissero dal Pd.

Ma la rete della ricerca del dialogo è sempre più nelle mani del ministro della Giustizia che in una pausa tra In mezz’ora, Ballarò e un convegno del centro studi sulla giustizia del Pd, e cioè, guarda caso sempre in casa del “nemico”, ha trovato il tempo di gettare acqua sul fuoco a proposito dell’intervento di Antonio Ingroia alla manifestazione in difesa della Costituzione, garantendo con magnanimità che non chiederà nessun provvedimento disciplinare contro di lui. Un gesto da “clemenza di Tito” in funzione della grande propaganda distensiva, tenuto conto che Il Giornale l’ha sbattuto in prima pagina chiedendone con titolo cubitale le dimissioni e Giuliano Ferrara lo aveva omaggiato di uno sdegno e di un disprezzo quasi pari a quello riservato ai “cuori di pietra” e agli “sciagurati” che osano contestare Ruby.

Angelino Alfano agganciandosi sempre al precedente inimitabile della Bicamerale si permette anche di elargire consigli, ovviamente disinteressati affinché il Pd non tradisca il suo spirito “riformista” e non rimanga indietro. Al convegno del centro studi “Quale giustizia” di Donatella Ferranti (capogruppo Pd in commissione giustizia) dove è stato invitato per presentare la riforma e dove sembrava molto a suo agio con il responsabile della giustizia del Pd Andrea Orlando, ha messo in guardia i suoi interlocutori contro il rischio di trincerarsi dietro l’alibi delle leggi ad personam e del contesto in cui nasce la riforma, ammonendoli: “Il benaltrismo uccide il riformismo”. Ed è stato preso molto sul serio da Veltroni ovviamente critico con quello che incredibilmente viene definito “Aventino”, e cioè l’indisponibilità ad avallare una controriforma punitiva per la magistratura e i cittadini. Infatti ripetendo un leitmotiv collaudato ha ribadito ancora una volta: “Non possiamo passare per conservatori”, aggiungendo, come se non bastasse, che se c’è qualcosa da contestare è che “questa riforma cambia poco”.

Grande soddisfazione e titolo quasi obbligato per Belpietro: “Dialogo sulla nuova giustizia. Alfano tenta i 40enni del Pd. A Bersani resta solo Di Pietro”.