Yara è morta in quel campo di Chignolo d’Isola dove è stata trovata tre mesi dopo il suo rapimento. E’ l’unica conclusione cui sono giunti gli investigatori. Non è una certezza, ma “ci sono alte probabilità” che sia andata così. Lo spiega il procuratore aggiunto di Bergamo Massimo Meroni, in una conferenza stampa presa d’assedio da taccuini e telecamere.

Per il resto, l’indagine sulla tragedia della tredicenne di Brembate Sopra non ha altri punti fermi. Non si sa, tanto per cominciare, cosa abbia determinato il decesso. “I tagli sul corpo sono molto superficiali, non tali da provocarne da soli la morte”. Ferite leggere dunque, non pugnalate. Che l’aguzzino potrebbe aver inflitto a Yara quando lei non era più in grado di reagire. “Non sono compatibili con una dinamica che fa pensare a una lotta”. Ce ne sono sulla schiena, “ma sembrano casuali, non c’è un disegno”, poi uno sul collo e due sull’interno dei polsi. Forse anche sulle gambe. Difficile dire che arma sia stata usata, al momento gli esami del medico legale Cristina Cattaneo non l’hanno accertato. “Per avere un quadro completo bisognerà aspettare settimane, se non un mese”.

Non sono stati letali nemmeno i tre colpi alla testa: i traumi riscontrati non sono gravi, potrebbero essere stati inflitti con un oggetto o con una semplice percossa. “Forse la morte è stata determinata da una serie di concause”. Tra cui non si può escludere nemmeno il freddo. Di sicuro non c’è stato dissanguamento, perché le tracce ematiche sui vestiti erano trascurabili. Improbabile anche il soffocamento.

Yara abbandonata in quel campo incolto, dopo esser stata stordita da una botta al capo e seviziata con un oggetto appuntito. E’ questo il quadro che sembra emergere. Ma perché e da chi ancora non si sa. Vacilla anche il movente sessuale: “Non ci sono evidenti tracce di violenza, anche se gli accertamenti biologici sono ancora in corso”. L’unico particolare che fa pensare a un maniaco è il reggiseno, trovato al suo posto ma slacciato. Gli slip erano tagliati all’altezza del fianco, ma lasciati dov’erano.

La firma dell’assassino (o degli assassini) potrebbe essere nel dna trovato su due dita di un guanto di Yara, che era nella tasca del giubbotto. Una traccia maschile e una femminile, che non appartengono alla ristretta cerchia dei familiari della bambina, né a nessuno dei profili genetici in mano alle forze dell’ordine. Si cercano due sconosciuti “dappertutto, anche se il luogo desolato dove è stata trovata non è facilmente raggiungibile da una persona che non lo conoscesse o lo frequentasse”.

L’obiettivo della procura è “scoprire almeno le cause esatte della morte”. E la cattura del mostro? “Ci vorrà anche fortuna” ammette Meroni. Un quadro sconfortante che porta a non escludere nessuna ipotesi. Non si sa nemmeno se l’omicida abbia voluto uccidere o se la situazione gli sia sfuggita di mano, andando oltre le sue intenzioni. A quasi venti giorni dal ritrovamento di Yara, le indagini stentano a trovare una direzione chiara. “Non c’è una pista privilegiata”. Se possibile, gli esiti dell’autopsia hanno complicato ulteriormente il giallo.

di Paolo Grasso