Quella mattina di inizio maggio del 1986 andai a scuola come tutti i giorni. Facevo la seconda media e avevo dodici anni e mezzo. Era una giornata limpida e serena, e la temperatura saliva di ora in ora. Le previsioni del tempo dicevano che la corrente depressionaria del Mediterraneo si andava spostando verso Sud richiamando un flusso d’aria da Nord Est che presto avrebbe investito l’Italia settentrionale e centrale. Quella che in altri tempi sarebbe stata una normale informazione del servizio meteorologico italiano, una notizia a cui quasi nessuno avrebbe dato peso, quel giorno procurò alla gente un brivido di paura lungo la schiena.

Il motivo del panico che incominciò a serpeggiare fra la popolazione aveva un nome russo, e per il solo fatto di essere russo rappresentava la materializzazione degli incubi peggiori che avevano funestato il sonno di intere generazioni cresciute sotto il cono d’ombra della guerra fredda: Chernobyl.

Nonostante il governo di Mosca lo avesse nascosto al mondo per 72 ore, l’incidente avvenuto la notte del 26 aprile presso la centrale nucleare V. I. Lenin di questa cittadina al confine tra Ucraina e Bielorussia, era ormai sulle prime pagine di tutti i giornali. Quella mattina, la nostra insegnante d’italiano, la professoressa D’Urbano, sospese il programma di lezioni e, giornali alla mano, ci invitò per due ore a discutere dell’avvenimento. Lo fece per esorcizzare le nostre paure, mettendo in pratica uno fra i più civili e progrediti modelli di insegnamento scolastico.

A un certo punto della discussione, mentre si dibatteva sul rischio di contaminazione a cui l’Italia andava incontro per effetto delle correnti atmosferiche che soffiavano in direzione del Mediterraneo, la professoressa tacque e mi osservò tenendo pollice e indice appoggiati sulla stecca dei suoi occhialini (erano del genere marcatamente tondi alla John Lennon).

«Andrea, ti vedo scettico», mi disse, calcando su quella parola, scettico, di cui a quel tempo ignoravo completamente il significato. Da parte mia, pur di tenere alta tutta la considerazione di cui godevo presso di lei per via del mio rendimento scolastico, annuii come se avessi compreso perfettamente la sua allusione. Anzi, pensai bene di sottolineare quella specie di complicità che si andava generando fra me e lei in nome di un termine dal significato così oscuro e indecifrabile, replicando con un sorriso velato, sottinteso, di chi la sa lunga.

«Bene, abbiamo uno scettico in classe», sentenziò, come se avesse appena annunciato ai miei compagni l’avvento del messia. Sentii lievitare nel petto un moto d’orgoglio. Ero senz’altro un scettico, e dei più convinti!

Continuai allora a fare segno di sì con la testa, affilando ancora di più il mio sorriso saccente. Finché la professoressa D’Urbano, incrociando le braccia al petto, mi guardò e disse: «Allora adesso vieni qui e ci spieghi le ragioni del tuo scetticismo».

Inutile dire che la cosa si trasformò nella più clamorosa scalata sugli specchi che la scuola pubblica italiana ricordi. Ma avevo dodici anni e mezzo, e lo scetticismo che provavo allora (se lo provavo) rispetto ai rischi del nucleare non poteva essere segnato dalla malafede, ma da un’acuta ignoranza dei termini e del loro significato.

Coloro che invece oggi, venticinque anni dopo Chernobyl, vanno in televisione a storcere il naso, a minimizzare, a ridimensionare la portata dei rischi, a fronte delle notizie drammatiche che arrivano dalla centrale nucleare di Fukushima in Giappone, conoscono bene il significato delle parole e non temono affatto che qualcuno chieda loro di rendere pubblicamente conto del loro scetticismo. Fare sì che la gente abbia meno paura, questo è il loro compito. Perché la paura va usata solo dove serve. E per fare il business del secolo, ossia avviare la costruzione di nuove centrali nucleari sul suolo italiano, la paura della gente non serve.

Così, nel loro tentativo di rassicurare, di tranquillizzare, si sente distintamente il fetore dell’interesse. E questa, per adesso, è la vera nube tossica che ci avvelena i giorni. L’unica di cui si senta forte il cattivo odore.