di Francesca Coin*

Mi ha colpito molto la recensione che Paolo Nori ha scritto due giorni fa all’ultimo libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda, 2011). Mi ha colpito non solo perché la recensione è ironica e bella, ma perchè Paolo Nori ci accompagna delicatamente nell’immaginario della signora Mastrocola, che insegna lettere in un liceo scientifico di Torino, e parla dei suoi studenti. Gli studenti sono così, dice: “ammassati fuori a parlare, parlottare, stazionare, sfumacchiare. Ombre, lemuri. Spettrali. […] Lo sguardo perduto nel nulla, la bocca semiaperta, i capelli stanchi, le orecchie assenti. Anche i brufoli, chi li ha, sono scoraggiati, pallidi brufoli, muti, apatici. […] Forse una stanchezza cosmica impedisce loro la posizione eretta. […] Il loro modo di portare le mutande (siano Armani o Intimissimi) fuori dai pantaloni è orribile, servile e volgare. […] Nessuna battaglia increspa mai le loro menti, le loro voci, i loro gesti […] Fanno versi gutturali, mezze sillabe. Gracchiano, ululano, grugniscono, ruttano. […] Sono entità fittizie, immagini virtuali, fantasmi, zombie che popolano le aule”. Sono ragazzi “pressoché muti”, che “parlano anche se non hanno niente da dire”. Insomma, che cosa turba la Mastrocola?

La scuola italiana non insegna più, dice. “Forse tutti in Italia (o meglio, in Europa) hanno deciso questo […] e si sono dimenticati di dirlo anche a me, e allora io sono l’ultima a fare una cosa che non interessa più nessuno, e quindi è bene che smetta. Dunque questo libro è una battaglia [non ce n’eravamo accorti, ndr.], perché la cultura non abbandoni la nostra vita e prima di ogni altro luogo la nostra scuola […]. È anche un atto di accusa alla mia generazione, che ha compiuto alcune scelte disastrose e non manifesta oggi il minimo pentimento”. Infine (e qui viene il bello) “è la mia personale preghiera ai giovani”. Ovvero… “in un mondo che li vezzeggia, li compatisce, e ne alimenta ogni giorno il vittimismo, essi con un gesto coraggioso e rivoluzionario si riprendano la libertà di scegliere se studiare o no”.

La signora Mastrocola è confusa, oppure è in malafede, o forse entrambe le cose. Critica il declino della scuola italiana così pieno di “marketing”, di “progetti”, di “strategie educative” e “recuperi”. E poi cosa fa? Non se la prende con il ministero, ma con gli studenti. Dopo ancora, da docente propositiva e rivoluzionaria qual è, offre la soluzione per la scuola italiana: smettano di studiare. Non serve studiare Kant, dice, vadano a fare i falegnami. Ecco così risolta la grande responsabilità della sua generazione: demoliamo la scuola, denigriamo gli studenti, e vendiamoci su.

Personalmente credo che la signora Mastrocola non sia in malafede, ma che il suo problema sia il vezzo imbarazzante degli inconsapevoli. Mastrocola è evidentemente inconsapevole di tutto quanto sta avvenendo a livello economico e politico nel nostro mondo, eppure persa tra mille domande cui non sa rispondere, scrive, che è esattamente l’unica cosa che una persona confusa NON dovrebbe fare. Ora, nostro malgrado la signora Mastrocola è diventata, precisamente per questa sua affilata innocenza, la donna giusta al momento giusto, ed in questo momento le sue argomentazioni sciatte sono precisamente l’humus giustificazionista su cui poggia la politica demolitrice del Governo. Le mutande degli studenti sono orribili? Allora smettano di studiare, dice la Mastrocola. E nel frattempo smantelliamo la scuola, che con questi studenti non serve più.

Per quanto grettamente assurdo, il ragionamento della Mastrocola è fortemente in voga, e rimbalza sulla bocca di tutti quei personaggi che, come lei, non sanno nulla di pedagogia, nulla di politiche sociali, nulla di buon senso, ma ne parlano. Da Zecchi ad Abravanel (2008), tutti ribadiscono la necessità di educare meno. Dietro ai loro ragionamenti pretestuosi, non si nasconde il problema di “come” allocare le risorse – per capacità, bisogno, merito o desiderio – ma la volontà esplicita di non allocarne più. Viene da pensare che la politica governativa debba per forza servirsi di ideologi tanto malconci, in quanto la scuola e l’università pubblica sono due istituzioni che anche i principali teorici del mercato e della meritocrazia hanno sempre difeso. Da Musgrave a Hayek, il sistema scolastico viene sempre salvaguardato come l’unica istituzione che deve rispondere a criteri altri rispetto a quelli neoliberisti della competizione, in quanto una “buona società”, che si interessa al futuro e al bene di tutti, deve salvaguardare la spesa pubblica per “l’istruzione e il sostengo delle attività artistiche” a prescindere da qualunque contingenza. Così scrive Musgrave (1959, p. 181), che di lavoro non faceva beneficienza, ma insegnava finanza ad Harvard. Cose affini scriveva Michael Young, che Abravanel (deformandone in maniera imbarazzante il pensiero) eleva a profeta della meritocrazia. Young in realtà avvisava dei pericoli di un’istruzione meritocratica, dicendo che i meritocrati non solo tendono a diventare “insopportabilmente arroganti”, ma che quello di meritocrazia è un concetto discriminatorio, che giustifica una drammatica diseguaglianza (come del resto ammette pure Abravanel a p. 62 del suo testo), sino a che una società meritocratica diventa “l’esatta antitesi della democrazia”, come ha scritto puntualmente Mannucci nella prefazione italiana al libro di Young. La politica del governo in termini di istruzione è pertanto disinvoltamente barbarica a prescindere dal fatto che tutti i teorici più rispettabili, da destra a sinistra, abbiano sempre sostenuto il diritto universale all’istruzione. Sarà forse per questo che vanno tanto di moda gli opinionisti pourparler, come la Mastrocola.

In questo gioco malizioso, ove si consuma quello che Baccelli, applauditissimo, davanti al Ministro Gelmini ha descritto l’altro giorno come “il più grande licenziamento di massa congegnato da un Governo, e nel contempo prolifera il finanziamento di enti privati ad personam (si legga Francesco Sylos Labini sull’IIT), personaggi come la Mastrocola offrono il muro di nebbia dietro al quale lasciar proliferare come un virus le stesse politiche antisociali che lei vede trasformarsi in malessere nei suoi studenti. Ci pensino un pò, dunque, quelli che, come la Mastrocola, sembrano muti “ma parlano anche se non hanno niente da dire”. Lieve, infatti, è il confine tra la beata innocenza e la più bieca complicità.

*Rete29Aprile