Il raggiungimento di uguali opportunità per le donne non è importante per me solamente come presidente. E’ qualcosa di cui mi preoccupo profondamente come padre di due figlie, che vuole vedere le sue ragazze crescere in un mondo in cui non ci siano limiti a ciò che vogliono perseguire”. Lo ha detto ieri Barack Obama, nel suo intervento settimanale alla nazione, in occasione del “Mese della storia delle donne” in cui, negli Usa, si moltiplicano gli eventi volti a rafforzare e migliorare la condizione femminile. Poche chiacchiere e molti fatti. L’elenco delle iniziative prese da quest’amministrazione per ridurre ulteriormente il gap fra uomini e donne è lungo e va di pari passo con altre azioni significative come quella messa in piedi contro il colosso WalMart, trascinato nella più grande causa collettiva della storia, per aver messo in atto politiche discriminatorie nei confronti delle lavoratrici donne.

E se vogliamo ostinarci nell’illusione che il nostro paese non sia diverso dagli altri, allora meglio non leggere o ascoltare i resoconti del Summit “World in the World” conclusosi ieri a New York e organizzato dal gruppo Daily Beast e Newsweek. Fra tante sessioni di dibattito che hanno visto ospiti le rappresentanti di tanti paesi in lotta per l’affermazione dei diritti delle donne, unico paese europeo ad avere “l’onore” ad una sezione “monotematica” è stato proprio l’Italia, in cui la condizione delle donne fa rabbrividire, intristire e preoccupare. Seduta in quel teatro, dove si sono alternate le donne afgane, iraniane, somale, egiziane, cinesi, ammirate per il loro impegno da personaggi come Madeleine Albright, Meryl Streep, Condolezza Rice e Hillary Clinton, ho sentito un forte malessere nell’ascoltare Emma Bonino che dava un quadro perfetto della situazione italiana, per una volta conforme al mio pensiero, e nell’udire i commenti assolutamente stupiti delle donne presenti. E quando, Hillary Clinton, in un importante intervento sulla condizione delle donne nei paesi in guerra, ha sottolineato come spesso debba ricordare a se stessa che la strada verso l’affermazione dei propri diritti sia lunga e tortuosa, mi sono chiesta quanto lunga sarà la nostra quando, un giorno, decideremo finalmente di rimboccarci le maniche e tornare a lottare in maniera concreta per essere cio che meritiamo di essere, donne che valgono. Ostinarci nella cocciuta convinzione che ciò che avviene in Italia sia simile a ciò che avviene in altri paesi avanzati è un suicidio; andare a cercare singoli episodi che in altri paesi pure accadono, ma vengono affrontati e risolti, per dimostrare ancora una volta che “tutto il mondo è paese” è un atto irresponsabile e di profonda superficialità che peserà a lungo sul futuro delle donne. In un paese dove da un lato c’è la Binetti e dall’altro la Carfagna è difficile avere speranza. In un paese dove c’è la Palin, panzer distruttrice della dignità femminile, e la Clinton o la Rice c’è indubbiamente più speranza.

C’e’ stato un lungo periodo nella mia vita in cui non mi interessavo a questi argomenti. Vivere nella mia famiglia non mi aveva permesso di avere contatto con le discriminazioni. Mio padre, senza essere un presidente, mi ha ripetuto spesso ciò che Obama ha detto ieri a proposito delle sue figlie. Mio padre mi ha insegnato ad essere una persona, tale e quale a mio fratello, seppur diversi. Diversi ma pari. E’ stato il mondo fuori ad insegnarmi l’ingiustizia. Per questo, oggi, voglio augurare a mio padre un compleanno più felice del solito. Per tutti ciò che gli devo.