Proviamo a uscire dalla retorica del “donna è bello a prescindere” e cerchiamo di capire perché il disegno di legge sulle quote rosa nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in borsa o controllate dalle amministrazioni pubbliche dovrebbe entrare in vigore il più presto possibile e senza tanti assalti alla diligenza. In Gran Bretagna, dove proprio in questi giorni si sta dibattendo lo stesso tema e dove il premier David Cameron ha dichiarato di voler vedere il 25 % di donne nei Cda del Ftse100 entro il 2015, l’ex ministro Lord Davies ha presentato una proposta che prevede non le quote ma l’obbligo per le società di motivare per scritto le proprie scelte. Cioè, a ogni nomina, si deve comunicare e rendere pubblico il perché è stata scelta quella persona e quante ne sono state intervistate prima e i criteri della selezione. In nome della diversità e della merito: se vogliamo scegliere il meglio, non si possono escludere le donne, è il ragionamento.
Ma bisogna essere un popolo civile per applicare un tale sistema. E quindi ecco perché in Italia sono invece necessarie le quote. Poiché leggi simili sono già state adottate con risultati soddisfacenti in Norvegia, Spagna Islanda e Francia, mentre Germania e Austria si apprestano a farlo, è chiaro che non è solamente una rivendicazione di genere e di “parità” ideologia, ma si basa su fondamenti pratici ed economici. La gran parte degli studi, delle proiezioni e delle analisti (oltre che l’esperienza, come per esempio quella norvegese, prima nazione in Europa ad aver introdotto le quote nel 2003) , che le donne al comando fanno andare meglio le aziende: maggiori utili per gli azionisti, minore propensione al rischio. Addirittura gli analisti di una grande banca d’affari americana non propriamente femminista come Goldman Sachs sostengono che la parità di genere può portare a una crescita del 22 per cento del Pil di un paese. Che non sono noccioline, insomma.
Quindi perché tanta resistenza in Italia per approvare una legge che dovrebbe solo fare del bene al Paese? Per la cronaca: tra ieri e l’altro ieri il governo ha cercato di stoppare in commissione al Senato un testo approvato all’unanimità alla Camera e stava votando contro la sua stessa maggioranza. E adesso che comunque la commissione è andata avanti incassando un sì, il governo cercherà di mettere ogni paletto possibile e di allungare i tempi. L’iter e le modalità dell’assolto alla diligenza, con decine di emendamenti e distinguo, ricorda un po’ l’agonia della legge sulle quote rosa parlamentari, che finì con la chiamata alle armi degli uomini di tutti gli schieramenti per difendere le proprie poltrone al grido “queste non ci devono scassare la minchia” (memorabile uscita del deputato Ucd Pippo Gianni, di Siracusa, che in una sola frase riassume tutto.
E infatti la prima norma ad essere caduta nel tiro al piccione è stata il deterrente più efficace: la sanzione per chi non rispetta la regola del 30 per cento di donne è la decadenza del Consiglio di Amministrazione. Come sempre in Italia, qui si è trovato l’inganno prima ancora di approvare la legge. E infatti si è già ammorbidito il testo introducendo prima una una diffida, poi una multa e solo alla fine, proprio per chi non ci vuole sentire, la decadenza del Cda inadempiente. Quindi è chiaro che è solo un problema di poltrone. Tutte le ragioni contro le quote rosa (badate, neanche alle donne piacciono, ma ormai la maggior parte le ritiene un male necessario seppure transitorio) sono solo chiacchiere per salvaguardare rendite di posizione, bande di potere, cordate, lobby, interessi di poteri più o meno forti e più o meno marci, e un sistema di cooptazione collaudato da decenni. E’ stato calcolato che sarebbero un migliaio i posti in questione e quindi mille uomini dovrebbero lasciare la poltrona. Se si considerano anche le società municipalizzate, i collegi sindacali siamo a quota tremila. Chi è contrario alle quote dice che non ci sarebbero sul mercato sufficienti professioniste in grado di assumere gli alti incarichi. Ridicola obiezione, basta dare un’occhiata al sito della Fondazione Belisario che sta raccogliendo, grazie alla consulenza di due grosse società internazionali di cacciatori di teste, i curricula delle candidate. E basta pensare quante più donne si laureano con meglio e prima di molti colleghi maschi. L’altra cosa è che le quote sono un recinto, e che le donne davvero meritevoli non ne hanno bisogno. Altra ridicola obiezione. Una legge sulle quote costringerà le aziende a una selezione più accurata dei manager. Perché ci sarà più trasparenza nei metodi e nei modi.
Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2011














