Risparmio energetico, l’Unione europea non se la sente più di fare da modello per gli Stati membri. In teoria avrebbe dovuto dare l’esempio con i propri edifici di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo, ma a quanto pare il nobile intento è stato depennato dall’ Energy Efficiency Plan. Rimangiata anche la promessa di ridurre del 30% entro il 2020 le emissioni di CO2 in tutta Europa. Restano invece in vigore gli alti standard ambientali imposti ai paesi membri, insomma “Armiamoci e partite”.

Sarà pubblicato a breve l’ Energy Efficiency Plan della Commissione europea, ovvero la Roadmap che segna le tappe dell’UE per raggiungere l’obiettivo di abbattere le emissioni di CO2 del 25% entro il 2020. In realtà doveva essere del 30% ma a causa della crisi economica l’asticella è stata aggiustata al ribasso, una scelta bollata come “un grosso passo indietro” dall’associazione ambientalista Friends of the Earth.

Adesso dal testo finale della Commissione è scomparso il seguente paragrafo: “La Commissione darà l’esempio (del risparmio energetico, ndr) con i propri edifici. Il livello di performance energetica di quelli già costruiti sarà in regola con gli obiettivi comunitari fissati per il 2015”. A dettare la rotta è la Roadmap della Commissione che fissa la tabella di marcia della riduzione totale di emissioni CO2 rispetto al 1990: -25% entro il 2020, -40% entro il 2030 e -80-95% entro il 2050. Un obiettivo ambizioso e con dei costi da non sottovalutare: circa 270 miliardi di euro all’anno, più altri 50 per ricerca e sviluppo, cifre ingenti ma ammortizzabili con quanto si risparmierebbe in consumo d’energia (dai 175 ai 360 miliardi l’anno).

Secondo Bruxelles sarebbe stata la crisi economica ad aver costretto l’Ue a fare un passo indietro: non soltanto la Commissione non se la sente più di dare l’esempio ai paesi membri ma ha anche rinunciato a ridurre da 800 a 500 milioni il numero dei crediti previsti dal Mercato europeo delle emissioni (ETS-EU), lo strumento amministrativo che controlla le emissioni di inquinanti e gas serra a livello internazionale attraverso la loro quotazione monetaria ed il commercio delle quote tra gli Stati. Secondo le associazioni ambientaliste si tratta di “un ostacolo al mantenimento del prezzo dei permessi abbastanza alto per incentivare lo sviluppo di un’industria europea pulita”.

D’altronde, secondo Rebecca Harms, copresidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, a Bruxelles le pressioni dell’industria pesante sono molto forti. “Purtroppo la Commissaria al Cambiamento climatico Connie Hedegaard e quello all’Ambiente Janez Potocnik sono rimasti soli a volere un’industria pulita. Il commissario all’Energia Gunther Oettinger è sempre contrario”.