Correvano gli anni della Grande guerra (non che la seconda sia stata piccola) e correva anche una leggenda montanara: che gli austriaci dicessero dei nostri soldati: “Vedere una penna, tremare; vedere tante penne, ridere“. Tradotto, gli alpini incutevano più paura dei bersaglieri. Anche se il governatore del Piemonte, il leghista Roberto Cota di queste leggende è digiuno, l’altra sera al cospetto di Lilli Gruber (altoatesina) ha rimediato una figura tragicomica. Ha sostenuto – perdendosi poi per strada – che gli alpini dovrebbero essere tutti arruolati sulle omonime montagne, perché il dominio delle vette ce l’hanno nel sangue.

Teoria paralombrosiana, non suffragata dai fatti storici: sul Piave, sul Monte Grappa, sul Pasubio, sull’altopiano di Asiago, sul Carso, abbarbicati alle rocce, sepolti nei camminamenti, nelle trincee e nelle casamatte inchiodate sui precipizi, morirono alpini di tutte le regioni italiane, fanti calabresi e veneti, artiglieri lombardi e abruzzesi, assaltatori siciliani e piemontesi, granatieri sardi e toscani. Morirono uccisi e congelati, tutti alla pari anche davanti all’influenza “spagnola” e al tifo. Per esaltare a vanvera le “penne nere” (che poi, è statisticamente stabilito che il 70 per cento degli alpini in attività viene dal Meridione), Cota ha offeso la memoria di tutta Italia, isole comprese. Dovrebbe tornare a “Otto e mezzo” e chiedere scusa. Ma non lo farà.