La rivoluzione in ciabatte e kalashnikov contro Gheddafi è malferma a Ras Lanuf, lontana 700 chilometri da Tripoli e dal gigantesco compound militare del colonnello. Visti da vicino i ribelli sono un’accozzaglia di giovani idealisti, militari disertori, fanatici religiosi, criminali in cerca di bottino. C’è davvero di tutto sul fronte orientale di questa guerra civile. Le università, al contrario che al Cairo o a Tunisi, schiacciate da decenni di propaganda e maxidosi di libretti verdi, non sono luoghi di discussione e non riescono a organizzare un’idea di rivoluzione e di stato alternativo a quello esistente. Niente classe dirigente, pochi intellettuali, nessun coordinamento militare: per abbattere il dittatore la rabbia di milioni di libici contro una dittatura di stampo birmano – ma con le fogne a cielo aperto nelle città, alla faccia dei petroldollari – potrebbe non bastare.

Uno dei capi della rivolta in Cirenaica, che ho incontrato nella battaglia di Brega una settimana fa, ieri al telefono mi implorava: “Dite a Berlusconi che abbiamo bisogno dell’Italia. Dite a Berlusconi che l’Italia e l’Europa devono riconoscere al più presto il governo transitorio di Bengasi”. A quanto pare, di questi tempi il nostro premier ha altro a cui pensare. Quanto al ministro degli Esteri, non ci ha ancora spiegato come si può impedire alla famiglia Gheddafi di rastrellare denaro vendendo azioni Unicredit. Caro Frattini, visto che stiamo parlando di congelamento dei beni del rais, ci spiega cosa intende fare il governo italiano?