I moti popolari che si sono registrati nel mondo arabo negli ultimi mesi costituiscono un dato qualitativo nuovo, soprattutto per la presenza massiccia di donne e giovani, le vere avanguardie di questa vera e propria rivoluzione.

Nei due Paesi nei quali finora la rivoluzione ha ottenuto dei successi, sia pure non definitivi, e cioè l’Egitto e la Tunisia, la guerra civile è stata evitata per il ruolo di garanzia assunto dalla Forze Armate, che hanno assunto il compito di mediare fra le forze rivoluzionarie e i vecchi regimi, che sono tuttavia ora in fase di progressiva liquidazione.

Non così in Libia, dove la situazione appare più complessa, probabilmente per una minore maturazione della società civile e anche per il mantenimento di sacche di consenso da parte del regime di Gheddafi. Quest’ultimo, d’altronde, non ha esitato a ricorrere alla forza contro i manifestanti commettendo dei veri e propri crimini contro l’umanità, che i giuristi democratici hanno condannato.

La situazione in Libia si presenta oggi senza apparente via d’uscita e crescono i rischi di nuovi sanguinosi scontri. Il ruolo della comunità internazionale deve essere quello di garantire una soluzione pacifica, che sia basata, come in Egitto e in Tunisia, sulla liquidazione del vecchio regime e sulla soddisfazione delle vittime delle violazioni dei diritti umani.

Occorre invece ribadire con forza il no all’intervento unilaterale della NATO. E’ fin troppo noto l’interesse delle potenze occidentali allo sfruttamento del petrolio libico ed il rischio concreto è quello di fare della Libia un nuovo Iraq, Paese nel quale, nel silenzio generalizzato, ci sono state anche di recente decine le vittime della repressione statale di movimenti analoghi a quelli che si sono scatenati negli altri Paesi arabi.

Bisogna quindi appoggiare iniziative volte a una soluzione pacifica, come quella del presidente venezulano Chavez, di creare una Commissione internazionale per la pace e l’integrità territoriale della Libia.

Occorre inoltre ricordare che l’art. 2, para. 7, della Carta delle Nazioni Unite stabilisce quanto segue:

Nessuna disposizione della presente Carta autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengano essenzialmente alla competenza interna di uno Stato, né obbliga i Membri a sottoporre tali questioni ad una procedura di regolamento in applicazione della presente Carta; questo principio non pregiudica però l’applicazione di misure coercitive a norma del Capitolo VII”.

E’ quindi necessaria una risoluzione del Consiglio di sicurezza per derogare al principio di non intervento e tale risoluzione, nel caso della Libia, non è stata adottata. In assenza di tale risoluzione ogni intervento esterno va quindi considerato internazionalmente illecito.