Bombe e missili sui manifestanti. Ecco come Gheddafi si è ripreso il paese. E lo ha fatto macinando centinaia di morti, nel silenzio pneumatico della comunità internazionale. Meglio: di parole se ne sono sentite molte, ma nessuna decisiva. A partire dagli Stati Uniti, più preoccupati per i loro interessi petroliferi che per la crisi umanitaria. Non l’Italia, storico interlocutore del rais, messa nell’angolo dalle minacce e dall’incubo dell’invasione dei profughi. Con il ministro Bobo Maroni che dalla festa leghista di Bergamo bacchetta Obama, ma non sembra in grado di prendere in mano il pallino della regia. Schiacciato tra l’emergenza sbarchi e la posizione di un Berlusconi ormai del tutto appiattito sull’amico Gheddafi. E del resto inquieta l’atteggiamento del Cavaliere, totalmente coinvolto dalle sue urgenze penali, e del tutto fuori campo rispetto alla crisi del Maghreb. In grado solo di dire: il tesoro del rais non si tocca. Fin dall’inizio della crisi la posizione del nostro premier è risultata imbarazzante. A partire da quel “Gheddafi? Non gli telefono sarà troppo preso”. Più di lui ha fatto addirittura il Cremlino definendo Gheddafi “un cadavere politico”.

Non tutti, però, nel governo scelgono la linea del silenzio. Non può farlo Franco Frattini. Il capo della Farnesina nei giorni scorsi ha definito il rais “politicamente morto”, dicendosi convinto che “prima se ne va meglio è”. Ancora oggi il ministro degli Esteri ha confermato come siano iniziati contatti con i leader dell’opposizione. Per ora, il trattato di amicizia con la Libia resta sospeso. Posizione, evidentemente, troppo morbida. E che certo non servirà a frenare l’emorragia umana. Un incubo reale quello degli sbarchi, visto che nella nottata oltre mille persone sono arrivate a Lampedusa. Si tratta di tunisini, è vero. Ma sembra di essere solo all’inizio di un enorme esodo. Il sindaco dell’isola siciliana lancia l’allarme. Nel frattempo le cifre snocciolate dall’Onu parlano di oltre 200mila profughi provenienti dalla Libia. La situazione, dunque, crea immobilismo da parte del nostro governo. In questo momento, infatti, risulta difficile avere una visione complessiva senza perdere d’occhio l’emergenza particolare.

E Gheddafi? Il colonnello non fa una piega e tira dritto. Dice di non possedere altro che la sua tenda, mentre da giorni i giornali stranieri snocciolano i suoi mille interessi in giro per il mondo. Quindi, uccide i rivoltosi, e dopo Zawiyra, si prende Misurata e Ran Lanuf, avanza ancora verso est. Punta  su Bin Jawad. Il teatro è il solito: tank, bombe di grosso calibro, morti e feriti.

In queste ore proprio Ran Lanuf è oggetto di bombardamenti aerei.  Gli abitanti stanno scappando. Di ribelli però non se ne vedono. I giornalisti hanno evacuato il principale hotel della città, dopo che lo staff ha avvertito di non poter garantire la loro sicurezza. “Abbiamo sentito che le nostre posizioni saranno bombardate, così abbiamo portato via le armi”, ha detto un ribelle. Un altro ha spiegato: “Le abbiamo portate nel deserto”. Un terzo ha detto che i ribelli si stanno rischierando nel deserto per prepararsi a riprendere Bin Jawad.

Di dialogo, il colonnello non ne vuole sapere. Per lui gli insorti sono contro la rivoluzione libica. Dopodiché compare in tv, rilascia interviste e minaccia. L’Unione europea soprattutto. E del resto lui ha il coltello dalla parte del manico. E può gettare sul tavolo della trattativa internazionale quelle decine di migliaia di profughi che da mesi affollano i confini libici e che fino allo scoppio della rivolta venivano rispediti nel deserto e lì lasciati morire. Perché, in fondo, questo è sempre stata l’interpretazione del rais del trattato siglato con l’Italia.

La situazione, dunque, corre verso una normalizzazione cruenta. E l’idea di un intervento militare guidato da direttive internazionali prende sempre più corpo. Lo ha fatto capire lo stesso Frattini. “Bisogna essere consapevoli – ha spiegato – che la tragedia, che vediamo davanti a noi con una situazione ormai da guerra civile non possiamo fermarla domani, se non facendo la guerra e la guerra non è un videogioco, la guerra e’ una cosa seria”. Quindi la no fly zone. “Significa – ha proseguito il ministro -che ci sono aerei che sorvolano impedendo ad altri aerei di alzarsi in volo e se lo fanno bisogna sparare”. Mentre sulla disponibilità delle nostre basi  “l’Italia ha già dato la disponibilità, con la condizione che vi sia un quadro di legittimità internazionale”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa rassicura: “Non sarà un nuovo Afghanistan”

Nel frattempo, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto al regime libico la fine degli attacchi “indiscriminati” contro i civili e messo in guardia Tripoli che qualunque violazione del diritto internazionale sarà portata dinanzi alla giustizia. Contemporaneamente Ban Ki-moon ha nominato l’ex ministro degli Esteri giordano Abdul Ilah Khatib nuovo inviato speciale per la Libia. In un colloquio telefonico, il ministro degli Esteri libico Mussa Kussa ha accettato l’immediato invio di una missione dell’Onu.