Amici e amiche con cui discuto in questo blog mi accreditano una certa praticaccia diagnostica sulle miserie della nostra situazione politica, a fronte di una totale nullità terapeutica. In sostanza: va bene l’analisi; ma poi, che si fa?

Premesso che sono un ligure refrattario ai toni del rosa e – dunque – più portato al ragionamento anche desolante che non alla vendita di speranze consolatorie, vorrei cimentarmi nel dare una risposta a questa legittima obiezione.

Ad oggi mi pare che dal fronte opposto alla vergogna berlusconiana ci giungono sostanzialmente due ricette:

  1. bloccare i lavori parlamentari con azioni coordinate e sistematiche che un tempo si chiamavano “filibustering”;
  2. individuare un leader fuori dalla nomenklatura (vuoi espressione della cosiddetta “società civile”, vuoi “un papa straniero”)

L’ipotesi “A” non arriva al punto estremo di ipotizzare il ritiro delle proprie rappresentanze nelle due Camere da parte dell’opposizione. Cesura rivelatrice di un aspetto da tenere ben presente: i nostri professionisti dell’antiberlusconismo non hanno la benché minima intenzione di rinunciare ai cospicui cespiti che traggono dalla politica come mestiere. Debolezza che ne limita l’indipendenza di giudizio, non meno che la coerenza tra dichiarati ideali e comportamenti concreti.

Ma se anche si riuscisse nel preventivato blocco del Parlamento (o magari Pierluigi Bersani mettesse insieme “i dieci milioni” di firme annunciate: quasi una sorta di incruenta rivisitazione delle baionette virtuali di mussoliniana memoria) e si costringesse alle elezioni un Berlusconi recalcitrante (in quanto consapevole del calo dei consensi a proprio favore), tale ipotesi non sarebbe altro che l’anticamera di quella “B”.

Qui comunque arriviamo: la composizione della classe dirigente per affrontare il mare inesplorato della rifondazione civile italiana. E ci si imbatte subito in un problema: l’istinto di sopravvivenza della nomenklatura di centrosinistra e la sua gommosità appiccicosa nel cooptare, a scopo di autoperpetuazione, singoli esponenti che si erano messi in luce come portavoce della cosiddetta Società Civile.

Ossia il testardo desiderio di sopravvivere sbarrando porte e finestre. Per cui è persino meglio perdere ma con un proprio esponente (un nome a caso: Bersani) piuttosto che cedere la barra del timone a nuove entrate.

Traggo conferma di quanto sopra da due recenti vicende: la prima è stato il diniego di Rosy Bindi quando qualcuno la candidò a leader dell’opposizione (la fedeltà al gruppo di comando del Pd prevale sul disegno politico); l’altra riguarda i fenomeni di arruolamento che hanno interessato singoli esponenti del Popolo Viola quale strumento di annessione dell’espressività sociale da parte di organizzazioni partitiche (vedi Idv), prosciugandola rapidamente.

Ciò per dire che il problema non è trovare una faccia in cui identificarsi ma imporre la guida di un attore “altro” a quel pezzo di ceto partitico che – in ogni – caso dovrà essere della partita per abbattere Berlusconi.

Sicché non risponde alla bisogna il “totopersonaggio”, per cui qualcuno afferma che ci vorrebbe un magistrato (anche Luciano Violante lo era…) e Carlo De Benedetti risponde indicando l’ex commissario europeo Mario Monti (ma non era quello che andava in pellegrinaggio ad Arcore per ottenere un posticino risarcitorio della trombatura in Ue?). Altri vorrebbero rivolgersi al molto navigato governatore di Bankitalia Draghi. E da un po’ di tempo non si tira più in ballo Montezemolo

Del resto l’esperienza del “papa straniero” – in qualche misura – è già stata fatta col semi-straniero Romano Prodi e sappiamo come andò a finire: il professore vinse e fu rapidamente sbranato dai suoi stessi partner; venne fucilato dal fuoco amico.

Del resto siamo così sicuri di poter recuperare il consenso del primo bacino elettorale italiano irrinunciabile per vincere – ossia il non-voto – proponendo una coalizione con alla testa un riciclato o un ostaggio?

Perciò credo non sia più il tempo di brillanti escogitazioni ma di serio lavoro organizzativo, che offra una sponda effettiva alla diffusa indignazione del popolo italiano. E le risorse per farlo esistono, se si vuole.

Innanzitutto sono più volte scese in campo aggregazioni varie che promuovevano una comune istanza di cambiamento (i lavoratori, le donne, il mondo della scuola…). Ora il problema è quello di raccordare queste diverse energie positive bloccando sul nascere ogni tentativo di strumentalizzarle. Al tempo stesso andrebbe messa a fattor comune la massa di strumenti mediatici nati in questi anni: dalle testate giornalistiche come Il Fatto alle riviste tipo Micromega e Critica Liberale, alla miriade di blog che fanno quotidianamente opera di controinformazione. Per non parlare delle tattiche di mobilitazione sperimentate con risultati sorprendenti grazie alle nuove tecnologie wireless e al Web.

Mettere insieme questi pezzi potrebbe essere il compito di un coordinamento nazionale, che operi in proprio allo scopo di dare vita a un collettivo autonomo per trattare da posizioni di forza con la vecchia politica; bloccandone i tatticismi autoperpetuativi e gli intrallazzi sconfittistici.

In fondo anche il “Che fare?” di Lenin era solo un manualetto di istruzioni per un soggetto politico a misura di contesti ancora inesplorati.