NEW YORK – “Deve esserci un’atrocità, una strage documentata, affinché la comunità internazionale arrivi ad autorizzare l’uso della forza in Libia”. Il cielo di New York è terso e freddo, come le parole di un potente diplomatico alle Nazioni Unite che, dall’alto del suo ufficio a Midtown Manhattan, disseziona la crisi libica con il puntiglio di un chirurgo. A suo parere è difficile che l’Onu possa dare il via libera ad una opzione militare che è, peraltro, osteggiata dai vertici militari di diversi Paesi. Al momento il Palazzo di Vetro concentra gli sforzi sull’emergenza umanitaria che sta montando al confine tra Libia e Tunisia, con uomini armati di Gheddafi pronti a respingere i profughi che tentano la fuga. C’è poi la questione delle relazioni diplomatiche: molti ambasciatori hanno voltato le spalle al Colonnello, che ne ha nominato di nuovi, i quali però non sempre vengono riconosciuti dai Paesi ormai apertamente ostili a Tripoli.

Ma andiamo con ordine, partendo dalla possibilità di bloccare lo spazio aereo libico per fermare i bombardamenti contro la popolazione. E’ un’ipotesi difficile, per ragioni militari e politiche. Da un punto di vista tecnico, sarebbe estremamente costoso controllare i cieli della Libia – che è tre volte più grande della Francia – utilizzando, con ogni probabilità, basi italiane come Sigonella. Dal punto di vista politico, poi, un intervento Nato contro un Paese arabo è davvero rischioso: più opportuno sarebbe l’ombrello dell’Unione africana o della Lega araba, anche se queste organizzazioni non hanno capacità militari sufficienti. Insomma, la diplomazia spera che siano i ribelli, da soli, a far cadere Gheddafi, e che lo facciano presto. Se, però, si arriverà ad una tragedia sanguinosa, si potrebbe avere una reazione di forza da parte dei singoli Paesi e, forse, dell’Onu.

Ma il Palazzo di Vetro, al momento, punta all’aiuto dei profughi che tentano di scappare dalla Libia. Finora, secondo le stime dell’ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari, le persone che hanno lasciato il Paese sono almeno 172mila, in gran parte lavoratori migranti che vogliono tornare a casa. La loro è un’odissea terrificante, magari conclusa davanti ad un uomo del regime che li rispedisce indietro. Il numero di rifugiati è calato drammaticamente proprio per questo motivo: all’inizio della crisi il flusso giornaliero variava da 10 a 15 mila persone. E se anche si riesce ad entrare in Tunisia, cellulari e macchine fotografiche vengono confiscate, e rimangono in Libia.

C’è infine il capitolo propriamente diplomatico. Chi rappresenta la Libia alle Nazioni Unite? Al Palazzo di Vetro nessuno sa dire con certezza se l’ambasciatore è ancora l’ex ministro degli esteri Abdurrahman Shalgam, un ex ambasciatore in Italia che ha abbandonato il regime del colonnello (e suo ex amico fraterno) Muammar Gheddafi ed è stato rinnegato da Tripoli. Oppure se il rappresentante permanente si chiama ora Ali Treki, anche lui un ex ministro degli esteri, per cui il segretario generale Ban Ki-moon ha appena ricevuto una lettera che ne sollecita l’accredito.

Con chiaro imbarazzo il portavoce di Ban, Martin Nesirky, ha risposto ai giornalisti sul tema con un inconsueto “E’ una buona domanda”, aggiungendo che la questione “viene studiata” dai legali delle Nazioni Unite. Ogni Paese che fa parte dell’Onu “ha il diritto di revocare e nominare i suoi delegati al Palazzo di Vetro”, ha però ricordato il portavoce.

Sta di fatto che molti diplomatici della delegazione libica all’Onu hanno voltato le spalle a Gheddafi, con il vice ambasciatore Ibrahim Dabbashi che ha parlato addirittura di “genocidio” portato avanti dal Colonnello. Non è detto che Treki riuscirà a tornare al Palazzo di Vetro: gli Stati Uniti potrebbero teoricamente rifiutargli il visto, soprattutto se la commissione credenziali dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (di cui gli stessi Usa fanno parte) esprimerà perplessità nei prossimi giorni. La situazione è complicata anche a Washington, dove Ali Aujali era ambasciatore di Tripoli fino a qualche giorno fa: il 22 febbraio si è dimesso. Il dipartimento di Stato continua a considerarlo un interlocutore valido e ha finora ignorato un fax arrivato dalla Libia che chiede la sua rimozione.