Può un aforisma fare la storia? Certo che no. Però se proprio non la fa, può succedere che rimanga nella memoria e persista a lungo. Anche per secoli. Quando accade, quell’aforisma entra di diritto nella tradizione e può essere annoverato nella storia della cultura. È il caso d’un felice detto, spesso abusato, su nani e giganti.La sua storia è ora ricostruita da Umberto Eco, che gli dedica alcune pagine nel libro Il Medioevo – Cattedrali Cavalieri Città (appena pubblicato da EncycloMedia).

L’aforisma, comunemente attribuito a Bernardo di Chartres, restituisce l’immagine dei moderni come “nani sulle spalle dei giganti”. Un’immagine ricorrente nella storia della filosofia, in particolare medievale, tanto da sopravvivere anche in epoca moderna. Per capire cosa intendesse dire, è molto chiara la testimonianza di Giovanni di Salisbury (1110-1180): “Bernardo sosteneva che noi siamo come nani sulle spalle dei giganti, così che possiamo vedere un maggior numero di cose e più lontano di loro, tuttavia non per l’acutezza della vista o la possenza del corpo, ma perché sediamo più in alto e ci eleviamo proprio grazie alla grandezza dei giganti”.

Questi giganti che ci innalzano e ci permettono di guardare lontano altri non sono che gli antichi, coloro che ci hanno preceduti, che con le loro conoscenze e i loro testi arricchiscono il nostro sapere. Il tema non è nuovo: il concetto e la metafora dei nani apparivano già in Prisciano ben sei secoli prima di Bernardo. E infatti è da ascriversi a un’idea ben radicata nel Medioevo, quella che voleva un’assoluta reverenza ai testi sacri e al pensiero dei grandi filosofi del passato. Come se il pensatore medievale non dovesse esser originale, anzi al contrario dovesse rimanere fedele alle auctoritates degli antichi – basti dire che ogni trattato teologico del tempo è sempre pensato soltanto come un commento. Il tema è quello della tradizione e del rispetto dovuto a coloro che ci hanno preceduto.

Del resto anche Machiavelli, dopo esser stato all’osteria agiocare a carte e litigare con i contadini, a mangiare e bere vino, rientrava a casa e si spogliava delle vesti quotidiane per rivestire quelle solenni e curiali, indossate per “discutere” con Tito Livio e Cicerone. O Petrarca, che leggeva gli autori del passato chiamandoli i suoi “amici segreti”. Un concetto che ritroviamo anche in epoca moderna con Gassendi, con Newton (“Se ho visto più lontano è perché sono salito sulle spalle di giganti”) e nel Novecento con Ortega y Gasset. Insomma, questo aforisma ha la forza di porre una questione anche alla nostra epoca: il rispetto della tradizione (i giganti), ma anche la capacità di superarla, di salirci sopra (di montare sulle spalle dei giganti) per poter guardare più lontano.

Proprio il contrario di quello che avviene da noi, dove l’auctoritas vale sempre e solo come freno delle intelligenze. E dove gli unici nani conosciuti sono quelliche si accompagnano alle ballerine. Visto che le “erme nei trivi” era la metafora utilizzata nel Medioevo per costruire percorsi di lettura grazie agli indici, ovvero sistemare le scienze e fornire gli strumenti per poterne usufruire, allora val la pena parlare dei soli nani che ci interessano: quelli in grado di salire sulle spalle dei giganti.

Saturno, 25 febbraio 2011