Pino Capozzi

Pino Capozzi può rimanere dov’è, al suo posto da impiegato alla Fiat di Torino. Il licenziamento era ingiusto e il giudice del lavoro ha rigettato il ricorso presentato dalla Fiat contro il suo reintegro avvenuto nell’ottobre scorso e lui, sindacalista della Fiom a Mirafiori allontanato dal suo posto il 13 luglio 2010 per aver inviato ai colleghi un volantino sindacale, può essere sereno: “Ero fiducioso e la sentenza di stamattina è la conferma della mia intenzione di non danneggiare l’azienda”.

Le sue vicende iniziano il 21 giugno, alla vigilia del referendum per il contratto allo stabilimento di Pomigliano, quando l’impiegato inoltra dalla sua mail aziendale a 44 colleghi un volantino dei dipendenti polacchi della fabbrica Fiat di Tichy. Aggiunge un commento: “Che l’azienda giochi con la vita delle persone ricattando i colleghi di Pomigliano è ormai chiaro anche fuori dai confini del nostro bel paese”. Passano alcune settimane e il 13 luglio il Lingotto gli notifica il licenziamento sostenendo che l’invio del volantino era contrario alle “prescrizioni della policy aziendale” sull’uso della posta interna e che era “una grave e plateale violazione di legge” perché “getta discredito sulla nostra società e su chi ne rappresenta il vertice”. In quello stesso giorno vengono licenziati anche tre operai di Melfi, Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli, reintegrati in agosto.

Appoggiato dagli avvocati della Fiom-Cgil Capozzi fa ricorso e ottiene il reintegro, stabilito il 13 ottobre dal giudice del lavoro Patrizia Visagi. La Fiat non ci sta e fa appello. Si arriva così al processo di primo grado davanti al giudice Piero Rocchetti. Di fronte a lui, il 26 febbraio scorso, gli avvocati del Lingotto Diego Dirutigliano e Luca Ropolo hanno ribadito la tesi dell’azienda: quello di Capozzi è stato un comportamento illegittimo che danneggia la fiducia tra datore di lavoro e dipendente; lui non poteva usare questo strumento aziendale in quella maniera, sottraendo tempo al lavoro per la sua attività sindacale. Ma i difensori dell’impiegato, gli avvocati Elena Poli e Silvia Ingegneri, hanno dimostrato che l’uso della posta elettronica per l’attività sindacale è normale, un fatto tollerato dall’azienda, come evidenziano le decine di mail prodotte al giudice, tra cui una della Fim-Cisl a sostegno del “Sì” al referendum. “Anche loro hanno fatto attività sindacale usando la mail, ma non sono stati licenziati”, sostiene Poli.

“Il licenziamento era ingiusto”, ha sancito il giudice Rocchetti leggendo la sentenza con cui conferma il reintegro. “C’è ancora una giustizia che tutela chi tutela i diritti”, commenta Capozzi, per il quale ora la Fiat potrebbe fare un piccolo passo per tornare a rapporti normali: “I dirigenti più vicini a me sono ancora freddi e distaccati. A ottobre ho riconosciuto che l’azienda aveva fatto un gesto di maturità accogliendo il reintegro. Ora vorrei un gesto di distensione, per avere rapporti civili e per chiudere qui questa vicenda”. Il Lingotto intanto aspetta “di leggere il dispositivo della sentenza per fare le opportune valutazioni”.

La Fiom torinese si dice soddisfatta per le sorti di Capozzi: “Si conferma l’antisindacalità del licenziamento – osserva il segretario provinciale Federico Bellono -. Si conferma anche che abbiamo fatto bene ad agire come Fiom e si conferma la tesi secondo cui il lavoratore, ancorché rappresentante sindacale, deve avere diritto di critica anche nei confronti dell’azienda in cui lavora”.
“L’ennesima sentenza che condanna la Fiat per azioni contro la libertà di critica e di azione dei
rappresentanti sindacali è un film già visto. In tutti questi mesi, l’azienda ha cercato un capro espiatorio nei lavoratori per coprire la totale assenza di piani industriali che garantiscano un futuro agli stabilimenti italiani”, dichiara invece Maurizio Zipponi, responsabile welfare e lavoro dell’Italia dei Valori. Sulla stessa linea i due esponenti della Federerazione di Sinistra Paolo Ferrero e Roberta Fantozzi: “Si può ancora avere giustizia in questo Paese. Oggi ha vinto la libertà dei lavoratori di poter difendere i propri diritti e ha perso l’arroganza di un’azienda che vuole calpestarli tentando di far fuori chi è contrario”.