Con grande rilievo il Corriere della Sera del 28 febbraio ospita nella rubrica Idee & opinioni un intervento del professor Umberto Veronesi che converte l’aspirazione alla democrazia dei popoli arabi in un monito per il prossimo appuntamento referendario sul nucleare. In breve, il professore ritiene che si debba finalmente dare il via libera alle centrali atomiche per farla finita con la dipendenza da partner inaffidabili, che possono chiudere i rubinetti di gas e petrolio quando il vento del cambiamento soffia tra le tende dei corrotti raìs locali. All’esimio medico e futuro responsabile dell’Agenzia per la sicurezza nucleare non passa nemmeno per la testa che:

1)        una reale indipendenza energetica la potremmo costruire in tempi ragionevoli – non biblici come nel caso del ricorso ai reattori – solo con l’efficienza, il risparmio energetico, la ricerca e l’applicazione diffusa della fonte solare. Oltretutto, rimanendo ancorati ad una prospettiva europea ben salda e degna di cooperazione, contribuendo ad affrontare realisticamente la crisi occupazionale che si abbatte su giovani e ricercatori e contenendo le multe temibili che saremo costretti a pagare alla scadenza del protocollo di Kyoto.

2)        La tragedia umana e civile del popolo libico dovrebbe spingerci a passare dagli affari commerciali e dall’assistenza tecnologica per l’approvvigionamento dei fossili (anche a danno della democrazia tra Tripoli e Bengasi, come è avvenuto finora negli accordi tra Eni, Berlusconi e Gheddafi), ad una cooperazione per l’avvio di progetti e il trasferimento di tecnologie sulle fonti rinnovabili. Come anche per l’interallacciamento e il trasporto delle risorse naturali energetiche (vento, sole, moti ondosi) di cui il fronte sud del Mediterraneo è ricchissimo. Invece, fino ad ora Enel ed Eni hanno ammiccato solo a scambi tra investimenti nucleari in Libia ed Egitto e benefici sulla comproprietà e sull’importazione di gas e petrolio.

3)        Rincorrere l’indipendenza elettrica attraverso la filiera dell’uranio significa continuare a dipendere commercialmente e militarmente da equilibri e tecnologie certamente non nelle nostre mani e da forniture ancora più lontane da un possibile controllo democratico, quale quello cui aspirano le popolazioni oggi in fermento (basti pensare al Niger o ad alcune repubbliche dell’Asia Centrale).

Insomma, il richiamo di Veronesi sembra soltanto l’ennesimo appoggio acritico alla proposta del governo in carica, contro cui si potrà votare sì per fermare il nucleare nel referendum che si terrà entro giugno. “Da anni noi uomini di scienza – dice il nostro – predichiamo e appoggiamo la costruzione di centinaia di centrali nucleari”. Per fortuna senza ascolto anche tra gli scienziati illustri, visto che Dennis Meadows, portavoce di un consesso di 12 premi Nobel del Mit, ci dissuade dall’illusione atomica. Lo scienziato americano ammonisce che occorrerebbe una centrale da 1000 Mw al giorno continuativamente per 50 anni per coprire il buco energetico creato dall’aspettativa di diffondere a tutto il mondo gli attuali consumi dell’occidente ricco. Con buona pace per la militarizzazione della società, la proliferazione delle armi e del terrorismo e la diffusione incontrollabile di patologie tumorali in tutti gli angoli del pianeta.