Nei giorni della tragedia libica, la stampa internazionale fa i conti in tasca all’Italia: da una parte, il peso impressionante di quella che il Financial Times, in un commento, chiamava “la connection italiana” d’affari e finanza; dall’altra, la leggerezza insostenibile dell’influenza politica di Mr B. “sull’amico” Gheddafi, pronto a rovesciargli addosso l’accusa di fomentare con armi la rivolta e la minaccia di scaricargli sulle coste l’esodo biblico di disperati migranti.

Una mappa piuttosto impressionante dei miliardi investiti dal Colonnello dittatore la traccia il Guardian: banche a Dubai, lussuose proprietà a Londra e acque e spa italiane ad Antrodoco e Fiuggi, senza contare le presenze che contano in UniCredit, Fiat, Fininvest, Juventus. In un editoriale dal titolo Il debole mostro, ancora il Financial Times denunciava “la deferenza” di alcuni leader europei, e del Cavaliere in primo luogo, per essersi ben guardati dal criticare il regime libico quando farlo sarebbe stato coraggioso.

Nella folta antologia delle gaffe diplomatiche di questa crisi, l’uno/due di Berlusconi (prima, non chiamo Muammar per non disturbarlo; poi, lo chiamo per spiegargli che non produciamo le armi che gli insorti starebbero usando) sta in vetta a tutte le “hit parade”. Ma alte nella classifica sono anche le esagerazioni del duo Frattini/Maroni sulle dimensioni (e ancor più sulla valenza terroristica) dell’ondata migratoria.

Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2011