La locandina del film "La battaglia di Algeri" di Gillo PontecorvoVi è un rumore che emerge in tutta la sua potenza dal silenzio che lo può circondare in un pomeriggio di un qualsiasi mese estivo. Il silenzio delle acacie o dei mandorli e dei tanti molti alberi che si fa sottofondo al rumore del frinire metallico e ripetitivo delle cicale. Vi è dunque in natura un silenzio parlante, un silenzio rumoroso e qualificante, quasi un mantra capace di raccontare un ritmo necessario alla vita. Manifesto parlato del “Siam tutti, cicale, delle belle cicale”. Condizione, credetemi, quella delle cicale, sopra-elevata all’operoso incosciente viavai delle formiche, accaparratrici di inutili masserizie, alimentanti unicamente il proprio esclusivo tenore di vita. E no! Le cicale, le belle cicale, urlano al mondo in un unica lingua miriadi di mondi possibili, in una moltitudine di significati.

Cicale che si fanno alba che canta, nel primo pomeriggio, il senso del necessario riposo. Il riposo collettivo, quello del dopo lavoro. Quello individuale del dopo “Quanto ti amo”. Quello civile che, fateci caso, inaspettatamente, trasforma il frinire nell’urlo delle donne, come ci raccontava il film La Battaglia di Algeri. L’urlo delle donne che si vogliono e si volevano affrancare allora dalla dominazione francese, oggi da tutte le dominazioni. L’urlo dei bambini, dei giovani, delle nuove generazioni dei popoli nordafricani, dove echeggia il doloroso “Libertà o morte”, nell’epico obbligo del potere e dovere spezzare le proprie catene.

Il silenzio dell’ozio operoso che improvvisamente si fa creativo intorno a un’idea o a un ideale. Che trasforma la vita e la sua creatività in un sogno insperato risvegliando i popoli che si fanno Stato ridicolizzando e spazzando via, con i propri martiri e il loro sangue, queste ricche famiglie allargate. Stupidi figli di dittatori, quotati in Borsa per “azioni” arricchenti ingordi nazionali e internazionali. Rapinatori capaci soltanto di idiote cantilene: “La Borsa o la vita, dateci la Borsa e la vita”.

Il cicaleccio, leggo da qualche parte e copio-incollo: “accompagnava i mietitori di altri nostri tempi nelle loro fatiche facendoli meditare sull’ingiustizia che da lì a poco avrebbero subito dalla spartizione del raccolto col padrone. Pensavano che il canto annunciasse l’avidità altrui mentre, accatastando i covoni in Romagna, ripetevano amaramente: ‘Dice la cicala al cicalino: il grano al padrone e la paglia al contadino’”. Tempi passati e da altri venti spazzati. Ora fischiano e urlano, annunciando bufere, Scirocco e Libeccio.

Prestate orecchie all’urlo africano che, se siamo fortunati, questi popoli si trasformeranno tutti in Tartari e dai loro Deserti, senza scimitarre scintillanti, arriveranno con i loro saperi ad arricchire i nostri. Prima costruiranno palazzi e puliranno i nostri pavimenti e i nostri culi per poi partorire i nostri figli e nuove idee. Spalancheranno le nostre inutili fortezze, trasformandosi in veneti e in toscani, in liguri e siciliani. Sostanzialmente, speriamo, in nuovi afro-italiani.