Ieri l’altro a Montecchio Maggiore, nel Vicentino, un nonno-vigile (anzi, il fondatore e presidente delle Gec – Gruppo di educazione civica) è morto perché investito da un’auto che viaggiava a folle velocità. Stava aiutando i bambini che uscivano da scuola ad attraversare la strada. È successo intorno alle 13. Poche ore prima, nel vicino Istituto Superiore Ceccato, si stava parlando di sicurezza stradale. Ero lì, insieme al Sap (Sindacato autonomo di polizia di Vicenza) e ad altri esperti, per discutere con i ragazzi, in odore di patente o già patentati, dei rischi che si corrono in strada e di quello che possono fare loro per cambiare le cose, per proteggere loro stessi, i loro amici e rispettare la vita delle persone che incontreranno ogni volta che andranno in macchina, in bicicletta, a piedi o in motorino.

Be’, oggi pensavo di scrivere un post per raccontarvi quanto erano belli i loro visi, con quanta attenzione hanno seguito l’incontro; volevo raccontarvi l’entusiasmo della loro preside e degli insegnati; del loro giornalino, Fatti nostri, dove raccontano che per il secondo anno consecutivo sono stati ricevuti dal presidente Napolitano. Avrei voluto raccontarvi quanto è stato prezioso conoscere la comunità di Montecchio, quell’angolo del Nordest che si è tanto impegnato per organizzare al meglio questa due giorni sulla “Guida sicura: istruzioni per l’uso”, un doppio incontro scrupolosamente curato dall’assessorato alle Politiche giovanili del Comune e cominciato la sera prima in Sala civica.

Avrei voluto raccontarvi questo senza aggiungere altro. Proporlo come esempio. Invece ieri mattina in cronaca nazionale ho trovato la notizia in breve, poi ho aperto la posta e ho trovato un’e-mail che confermava quanto letto nel giornale. Una lettera molto bella in cui giustamente ci si chiedeva che senso ha parlare per due giorni di sicurezza stradale se poi non hai neanche il tempo per essere contento di ciò che hai vissuto perché una terribile notizia si abbatte sulla tua comunità e sembra svuotare di significato tutto il lavoro fatto. Ma nella lettera si dice anche che “la via dello sconforto e della rassegnazione è quella sbagliata”. Ne sono convinta anch’io. Parlare di forza di reazione, addirittura di speranza, in momenti come questo sembra strano, quasi forzato, sicuramente faticoso. Un amico, anche a questo proposito, recentemente mi ha fatto conoscere questa frase di John Berger: “Non è che abbiamo speranza – la proteggiamo”. Vorrei che i ragazzi del Ceccato continuassero a crederci.