Lunedì ho finalmente raccolto l’invito dell’amico Paolo che da qualche anno si è imposto una singolare forma di testimonianza civile: l’incursione telefonica alle radio che permettono le chiamate in diretta. La sua missione è portare delle argomentate provocazioni nell’intento di stimolare lo spirito critico degli ascoltatori e poco importa se i conduttori, in preda al panico e nella difficoltà di controbattere, si rifugiano nell’abusata caduta della linea telefonica.

Consapevole dell’eventualità di questa contromisura, telefono dunque a Radio Padania e, dopo qualche tentativo, finalmente mi rispondono: “tra due minuti in onda“. Dopo essermi presentata, li informo, qualora non lo fossero, che, con il pretesto della pubblicazione delle rivelazioni sul caso Ruby, il governo vorrebbe riproporre il disegno di legge sulle intercettazioni, sostenuto quest’estate anche dalla Lega.

Il mio intervento mira ad evidenziare la contraddizione tra la sbandierata sicurezza a tutela del cittadino, vero cavallo di battaglia della Lega, e la condivisione di proposte di legge che vanno in direzione opposta e a tutto vantaggio dell’alleato in difficoltà giudiziarie, ma tuttavia indispensabile per la causa federalista.

Ne segue una serrata discussione tra me e il conduttore che prima nega l’influenza che avrebbe la legge sulle indagini (limiterebbe solo la pubblicazione) e poi, mentre smentisco, decide di dirmi che dovrei leggere anche altro oltre al Fatto. Inutile cercare di spiegare come, per informarmi, abbia letto il testo della legge, perché la linea è già caduta. Scopro che la discussione viene trasmessa come una lezione del conduttore verso l’ingenua fanciulla, che legge solo Travaglio, siccome l’audio della mie parole viene abbassato.

Dopo la mia telefonata si susseguono chiamate che iniziano con “Padania libera!”, condite di amenità e qualunquismo: non dovrebbero esserci Santoro, Benigni e l’Annunziata in Rai visto che i padani pagano il canone, quello che fa Berlusconi a casa sua sono fatti suoi, Fini è un traditore, secessione, il papà Umberto fa bene ad aiutare il figlio Renzo (come se lo stipendio da consigliere fosse la paghetta del babbo).

La sensazione è della radio di propaganda che mal tollera voci non allineate, lasciando spazio alle opinioni che garantiscano il pane al conduttore, spero per noi, non giornalista.

Ma è la telefonata di una certa Lucia, che scopro mia concittadina, l’apoteosi della serata: la fiera della volgarità e dei luoghi comuni, che diviene la sintesi del pensiero unico che il conduttore ama.

La signora si avventura, sentendosi in famiglia, a definire la mamma degli imbecilli al nord sempre incinta, riferendosi ai “sinistrossi” (sic!) che chiamano, ma, nella tracotanza di tanta cultura, quella difesa dell’opinione unica non è colta da altri leghisti ascoltatori che si affrettano, da commedia improvvisata, al telefono indignati per protestare per tanta offesa.

L’ultima riflessione che mi sento di fare è sulla reale qualità di questo servizio radiofonico, organo politico di un movimento che ha per statuto (art.1) la secessione e prende i contributi dallo Stato da cui si vuole staccare e che, temendo di turbare le idee degli ascoltatori, preferisce zittire le voci in dissenso.

Insomma, da Onda Pazza di Peppino Impastato e dalla richiesta di aiuto lanciata da Danilo Dolci è passato del tempo: allora, per fondare una radio, servivano passione, una certa cultura (non necessariamente istruzione) e un po’ di pazzia. Oggi, grazie ai finanziamenti pubblici e all’esibizione dell’incultura come valore aggiunto, può esistere anche Radio Padania.