Hadi Hadeiba, ambasciatore della Libia presso l’Ue, è uno che capisce le cose al volo; o, forse, no. Martedì, il giorno del discorso di guerra del colonnello Gheddafi, il diplomatico dichiara la sua indignazione e la sua condanna dei massacri compiuti, senza però arrivare a dimettersi, come alcuni suoi colleghi hanno fatto in America e in Europa, perchè, dice, “sono l’ambasciatore della Libia, non di Gheddafi”. Mercoledì, l’ambasciatore cambia registro: è e resta l’ambasciatore della Libia e di Gheddafi, anzi è fedele al Colonnello.

Un errore giornalistico? Possibile. Oppure, le informazioni in provenienza dalla Libia oggi gli suggeriscono maggiore prudenza che ieri. Anche se, negli ambienti europei, c’è chi scommette che Gheddafi arriverà alla fine della corsa venerdì. E, fra i giornalisti nord-africani che mantengono fili diretti con Tripoli e Bengasi, c’è chi racconta che il Colonnello vive isolato ed è ormai abbandonato dai suoi collaboratori. Consigliato (male, si direbbe) dall’agenzia d’esperti in comunicazione britannica che si occupa di Tony Blair, vestito da italiani (per quanto strano ciò possa sembrare), Gheddafi è odiato dalla tribù dei Warfalla, che, con oltre un milione di persone, è la più grossa della Libia e che avrebbe avuto moltissime vittime negli scontri dei giorni scorsi, mentre la sua tribù, i Kadhadhafa, potrebbe persino progettare –è la tesi di uno specialista- di sacrificarlo, magari non solo figurativamente, per avviare un processo di riconciliazione.

E’ proprio così? O magari l’ambasciatore che fa un passo indietro sta un passo avanti con le notizie? Aspettiamo venerdì. E chiediamoci, intanto, a chi toccherà dopo Tunisia, Egitto, Libia: il domino della caduta dei satrapi potrebbe investire il Bahrein, lo Yemen e chi ancora? Da Ovest ad Est, e da Nord a Sud, Marocco, Algeria, Giordania, Siria, Kuwait, gli staterelli del Golfo, l’Arabia Saudita, nessuno di questi regimi (o governi), per il momento, vacilla seriamente.