Democrazia significa “governo del popolo” e il suo presupposto è l’esistenza di una struttura idonea a gestire i conflitti sociali e politici. In democrazia quella struttura si chiama Stato di diritto. Nello Stato di diritto, quei conflitti vengono considerati e risolti, appunto, per mezzo del diritto e non della violenza. Sono le dittature, all’opposto, che usano la violenza e la privilegiano sul diritto. E la struttura delle dittature è sì idonea a gestire i conflitti, ma lo fa appunto con la violenza e la repressione. In molti paesi, questa è la realtà.

La Libia è una dittatura, è lo è da 40 anni. Quarant’anni durante i quali Gheddafi ha fatto il bello e il cattivo tempo. Ha piazzato bombe qua e là, fatto saltare in aria discoteche e aeroplani. Quando si sospettava che i colpevoli di questi attentati fossero pagati da lui, Gheddafi si rifiutava di consegnarli e chiedeva  protezione giuridica alla Corte internazionale di Giustizia, un organo che fondamentalmente disconosceva, insieme all’intera comunità internazionale, Nazioni Unite comprese. Salvo poi scusarsi e farsi carico del relativo risarcimento. Ho dimenticato qualcosa? Ah sì, i due missili sparati vicinissimi a Lampedusa del 1986. E i campi di concentramento nel quale vengono riunchiusi gli immigrati irregolari…

Da qualche anno Gheddafi vede la sua fine vicina, e proprio per questo ha cercato di guadagnare consenso riqualificando la propria immagine all’estero. Ha offerto alle società di altri Stati accesso alle proprie risorse, quelle che noi italiani, in trent’anni di dominazione coloniale, non abbiamo mai trovato, forse perchè non le avevamo mai cercate: per noi la Libia è sempre rimasta “uno scatolone di sabbia”, come disse a suo tempo Gaetano Salvemini. Ma prima della sua fine biologica, sembra ora arrivata la sua fine politica, per mano dello stesso popolo libico oppresso da decenni di dittatura militare.

E l’Italia in questo scenario ha sempre tenuto alla Libia come un proprio alleato privilegiato, anche quando ci sparava addosso i suoi missili. Come un giocattolo che ti comprano da bambino, che poi quando sei grande non usi più ma guai se te lo buttano via. Questa è la sintesi dei rapporti tra i due Paesi, come dimostra la famosa telefonata di Craxi e Andreotti a Gheddafi, che lo avvertì dell’imminente attacco dei bombardieri del presidente Reagan. Una mossa che consentì al raìs di vivere altri 25 anni. E di opprimere e sopprimere per altrettanto tempo.

L’atteggiamento di oggi non è per nulla mutato. Gheddafi non è solo un capo di Stato straniero, è anche un amico del nostro presidente del Consiglio, che gli bacia la mano e gli presta le hostess. Poi quando scoppia il terremoto a Tripoli, Berlusconi non gli telefona “per non disturbarlo”. E Frattini, il quale – mi dispiace dirlo, perché l’ho sempre stimato – da qualche tempo sembra più il servo di un padrone che un ministro degli Esteri, esorta l’Unione europea a non intervenire in Libia perché il processo di crescita democratica del Paese non può essere importato, ma deve svolgersi in via autonoma. Il risultato è sangue e morte.

E’ così che le democrazie difendono i valori dello Stato di diritto sui quali si fondano? Nascondendosi dietro malcelati rapporti di amicizia con un dittatore che ha bisogno di assoldare dei mercenari per sedare nella violenza un’insurrezione popolare? Non dimentichiamo che quei mercenari, pagati con i soldi di Gheddafi, ricevono indirettamente anche soldi nostri: quelli che il Governo italiano gli ha dato e promesso, nell’impressionante misura di 200 milioni di dollari all’anno, in cambio di enormi privilegi di natura economica, ma che ora rappresentano la posta in gioco della sopravvivenza del suo regime sanguinario.

Lo scatolone di sabbia s’è rotto. Questo è un dato di fatto. Ma è vergognoso che lo Stato di diritto italiano dimostri più sintonia con un dittatore violento che con l’Europa.

Al contrario di ieri e dell’altro ieri, oggi il Governo s’è messo in stato d’allerta. Gli anglosassoni direbbero: too little, too late. Lo penso anch’io.