Ringrazio mio padre, Vincenzo, per mille cose ma più di tutto lo ringrazio per quella libreria piena di libri che faticosamente, dovendo sempre lottare con i soldi, aveva messo su. Lo ringrazio per Delitto e castigo, per Il buio oltre la siepe, per la Divina Commedia e per Antonio Gramsci.

E ringrazio Luca e Paolo che ne hanno ricordato un passaggio cosi importante ed emozionante come Indifferenti, quel grido asciutto ed essenziale che richiama alla necessità di essere partigiani, di “parteggiare” per una cosa o per l’altra e, dunque vivere. Parteggiare significa essere nella storia perché “l’indifferenza è il peso morto della storia” che pure, in essa, “opera potentemente”.

L’Italia lacerata, raccontata da Benigni, è di nuovo nelle stesse condizioni. Violentata. Stuprata. Macellata. Prima di tutto dall’indifferenza di chi dice che “tanto sono tutti uguali”. Di chi, pavidamente, si auto convince che la propria storia, il proprio agire non possa incidere sulla storia. Essere indifferenti significa delegare e accettare che quella delega venga usata per commettere qualsiasi aberrazione, qualsiasi obbrobrio fino a quello dell’azzeramento stesso della libertà di scegliere.

“Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo”
. Gli indifferenti sono, infatti, coloro che si lamentano di più, accecati e anestetizzati dalla loro stessa indolenza e insolenza.

Penso alla mia Napoli e a quanto la sua bellezza potrebbe diventare potente e irresistibile se non fosse una delle città italiane più umiliate e lacerate dall’indifferenza di tanta parte dei suoi cittadini.

L’odio
è un sentimento forte e pericoloso. Che può far male. Ma sceglierlo oggi, simbolicamente, contro l’indifferenza, è necessario e inevitabile, per salvare quella patria che Benigni ha raccontato e che ci è “suonata” come quella di altri. Che ci perdoni Michelangelo. Che ci perdoni Dante. Che ci perdonino i nostri padri per la nostra indifferenza che ci impedisce di risorgere. C’è un uomo che ci tiene soggiogati ma nessuno potrebbe farlo, tanto meno un uomo solo, se non con la complicità della nostra indifferenza.

Grazie a mio padre, a Luca e Paolo e a Roberto Benigni e peccato, ancora una volta, per l’assenza di donne. Quelle che con questi uomini, su quello stesso palco, sono sotto i riflettori, sono un altro simbolo della nostra indifferenza.