“Ma come faccio a scegliere tra questi curricula?? Sono tutti uguali!!” mi strilla Carola al telefono. Lavora in una importante agenzia di pubblicità e deve scegliere come coprire una posizione aperta. “Laurea, 110 e lode, masterino, sembrano fatti con lo stampo”, dice. “Da cosa dovrei capire che Pippo è meglio degli altri?”

È naturale si sia arrivati a questa situazione. Le riforme degli ultimi anni col mirabile intento di “avere più diplomati e più laureati” hanno, di fatto, devalorizzato il titolo di studio. La quantità a scapito della qualità. I programmi dei corsi sono stati tagliati col machete. Storia contemporanea, che erano 3000 pagine un tempo, oggi con un dispensone te la cavi, evvai! Chi non ha una laurea oggi? E pure con un voto alto. Missione compiuta quindi?

No. Abbiamo tutti più titoli, ma non più valore. E ci ritroviamo a competere per delle briciole in un mare, anzi in un acquario, pieno di pesci come noi. Uguali. Cosa ci differenzia? Perché dovrebbero scegliere me?

Mi è capitato molto spesso che alcuni studenti, presa la laurea triennale, mi chiedessero: “Prof, e adesso a quale specialistica mi consiglia di iscrivermi?”. “Nessuna”, rispondevo. Una forzatura, ovviamente, una provocazione. Ma avere qualche anno in più e il fatto di esserci già passato mi spinge a far riflettere sul senso di perseguire lungo un vicolo cieco. La nostra università ormai non forma e non apre porte e quindi perché aggiungere altri due anni di studio che oltretutto molto spesso ricalcano o poco più i tre anni appena passati? Per ottenere un altro titolo solo perché così fan tutti? L’università italiana è nel baratro, si insegna sempre meno e sempre peggio, ha senso perderci ulteriore tempo?

E poi, il fatto che si chieda un consiglio è già sintomo di qualcosa che non va.
– Sei quasi alla fine del tuo percorso di studi e ancora non sai cosa scegliere?”
– Eh lo so, è che a me piace Filosofia, ma penso di iscrivermi ad Economia perché dà più possibilità.
Sbagliatissimo. Non puoi sapere quali saranno le richieste del mercato in futuro. Ti giochi la possibilità di studiare quello che ti piace e presentarti tra due anni come un giovane filosofo carico, super competitivo, appassionato e con i controcazzi per la chimera che un altro percorso possa darti un lavoro. E magari ritrovarti tra due anni come un giovane economista debole e insicuro a competere contro centinaia di economisti carichi, super competitivi, appassionati e coi controcazzi.

Mi viene in mente la storia di Fabrizio. Dopo la triennale ha capito che il tempo perso era già stato troppo. Entrato in punta di piedi in una grossa multinazionale dell’informatica ha trovato sul campo tutti gli insegnamenti che cercava. Dopo due anni è account manager della stessa società e guarda col sorriso tutti i ragazzi che, sventolando il loro master, vengono a elemosinare un posto di stage. Gli hanno fatto credere che quella fosse la strada da seguire, l’unica e che non sarebbero stati delusi. Anzi, che anche questa sorta di mortificazione faccia parte del percorso. Non è così.

Fabrizio non è una statistica. Non lo sarebbero dieci Fabrizio e neanche mille. Fabrizio è una storia, uno spunto. Se ti accorgi che il sistema non funziona puoi decidere di seguirlo lo stesso. Oppure puoi provare a uscire dallo schema e cercare una tua strada.

di Matteo Fini