Mi dispiace dovermi occupare spesso di uno dei pochi personaggi politici dell’attuale destra italiana che, negli anni più bui del regime autoritario di Berlusconi, si è distinto per prese di posizione decisamente controcorrente. Ma è davvero difficile rinunciare a intravedere nello sfascio annunciato di Futuro e Libertà, a pochi giorni dal congresso fondativi, l’ennesimo sbaglio di Fini. Quinto nella corsa alla segreteria del Fronte della Gioventù, nel 1977, nettamente dietro Marco Tarchi, vinse comunque per intervento diretto di Almirante, che poi lo designò suo successore dieci anni più tardi. Negli anni di Mani Pulite inneggia ai giudici, e persino a Di Pietro; poi, complice l’appoggio ricevuto per la corsa a sindaco di Roma nel ’93 e la paura di consegnare l’Italia alla gioiosa macchina di Occhetto, eccolo abbracciare Berlusconi e concorrere allo smantellamento della democrazia italiana. Firma le leggi più vergognose degli ultimi venti anni (immigrazione, droga), e finalmente si ravvede (come già successo, per il fascismo che ispirava l’Msi, a Fiuggi e nel viaggio in Israele), scaricando Berlusconi nell’estate dello scorso anno. Ripete l’operazione dell’Elefantino (il disastro con Segni nel ‘99, in occasione delle elezioni europee) e fonda Futuro e Libertà; il resto è storia di questi giorni.

Arriva sempre dopo: alle elezioni del FdG come nel denunciare la questione morale. Ed è sempre costretto a rivedere le sue posizioni (si pensi alle recenti dichiarazioni in materia di bioetica, immigrazione, ecc.). Capisce per ultimo (persino dopo Casini) a quale punto si è spinto il regime autoritario di Berlusconi (continuerò, per altro, a chiamarlo così, per quello che è). Capisce solo all’ultimo che il presidente del Consiglio è in grado di comprare il consenso, anche dei deputati e dei senatori. Chissà se ha già capito, ormai, che un partito non è fatto unicamente di un leader e dei suoi seguaci. E che se tra i (nuovi) seguaci ci sono persone del calibro di Roberto Rosso, c’è poco da star tranquilli. Capisce solo ora, come ha dichiarato, che la sfiducia del 14 dicembre ha di fatto segnato la sua sconfitta. Forse un giorno capirà che il materiale umano del quale ci si circonda è rilevante, per portare avanti i propri progetti. Di certo, ora ha capito che occorre andare alle elezioni, anche solo perché il suo gruppo resti in vita.

Di più non è dato sapere. Può anche darsi che questa volta si registri un’inversione di tendenza, e che Futuro e Libertà si stia in realtà alleggerendo (ciò di cui saremmo felici) della scomodità dei suoi peggiori rappresentanti. Può anche darsi, però, che quella di Fli non sia che una prova e una conferma del fatto che l’organizzazione-partito, in Italia, non regge più. E non solo perché Berlusconi è in grado di distruggerla col denaro del regime. Ma anche perché, se c’è un motivo per il quale il 13 febbraio le piazze erano gioiosamente piene (c’ero anch’io, e mi metto anch’io nel ragionamento), è che non era organizzata dai partiti. L’alternativa a Berlusconi c’è, e si chiama centrosinistra (magari anche col trattino casinian-finiano). Ma gli elettori non si fidano più, nemmeno e soprattutto del Pd, e forse neanche di altri partiti (non è dunque un caso che l’operazione di Vendola stia ottenendo consensi).

La questione morale, come Berlinguer temeva, ha spazzato via i partiti dal parlamento (in fondo, tutti i partiti, Pdl compreso, e persino quelli appena nati, hanno comunque perso pezzi), e li sta spazzando via anche dall’immaginario degli Italiani. Berlinguer aveva ragione, se non fosse che aveva indicato nei soli “partiti governativi” e nelle loro correnti gli attori di quell’occupazione dello Stato che avrebbe trascinato nella palude la democrazia italiana. La proposta di un premierato Rosy Bindi, a questo punto (e paradossalmente, visto che si tratta del presidente del Pd), merita attenzione: perché viene dal più temuto dal Pd alle primarie, perché unirebbe anziché dividere, perché la Bindi è tutto il contrario di ciò che rappresenta Berlusconi, perché spiazza i ragionamenti dei partiti. E perché, forse, è tra i personaggi politici meno compromessi con il fango dei partiti stessi.