Prevalentemente noia. Sanremo, seconda puntata di musica non orecchiabile e chiacchiere sul niente. Le coreografie di Daniel Ezarlow sono il punto più alto di uno spettacolo che per il resto è balbuzie. Tra i big escono Albano e Patty Pravo. Comunque due interpreti: l’anno scorso non c’erano nemmeno quelli. Non sono molto peggio di Barbarossa e la moglie di Alonso o di Max Pezzali.

Ma quando arriva Andy Garcia, intervistato da Morandi, si comincia a ‘scavare’. Domande sull’Italia (“Ti piace?” Risposta: “Sì, tutto mi piace dell’Italia”. Ma va?). O quesiti immortali sull’amore coniugale: “Sei sposato da trent’anni, ma sei sempre stato un bravo marito?”. Tre metri sott’an treno: solo Federico Moccia può aver scritto i testi al ragazzo di 66 anni. Di certo non uno storico dell’”Italia unita”, con cui ci stanno facendo una testa così da settimane. Eh sì perché Morandi casca sulla Repubblica, secondo lui nata da 150 anni. Sarà un omaggio al “Presidente del consiglio più perseguitato della storia?”. Poi si corregge, ma la frittata è fatta. Anche perché gli esce così: “Prima mi sono confuso, evidentemente. Volevo dire 150 anni dall’Italia unita, la Repubblica è uscita dopo”.

Intanto Garcia l’hanno messo al pianoforte, Gianni prova a duettare con lui. Si salva solo Bélen che balla, supersexy, vicino al piano. Dall’altra parte ci dovrebbe essere Ely, ma è legno in abito da sera. Forse le chiacchiere su George non sono del tutto infondate. La Canalis è più portata alle interviste, dicono. E nell’intervista a Eliza Doolitle sfodera un inglese ben pronunciato, ma tremendamente enfatico. Manca solo “the pen is on the table”. Poi Garcia lo traslocano in sala stampa, resta dieci minuti. Sul palco aveva parlato di libertà, quella “negata nella sua Cuba”. Gli chiediamo dell’Italia del bunga bunga. “Non sono stato invitato a quella festa”. Sorride. “No, non ci sarei andato nemmeno se me lo avessero chiesto”.

Luca e Paolo avrebbero dovuto bastonare la sinistra, per “par condicio”. Non pervenuti i leader in carica, se la prendono con il facente funzioni, candidato in pectore Roberto Saviano. Certo se andiamo a elezioni e si candida Marina al posto di Papi, Saviano non ha più scuse: deve cambiare editore. Ma il tentativo delle Iene è quello di far capire che si può far satira solo su Berlusconi. Ce l’hanno anche con Santoro, Fini, Montezemolo e, in chiusura, quando il numero sfuma, con il papa. Ma è tutto assolutamente innocuo. Anche il numero-omaggio a Ric e Gian è gradevole, ma nulla di più. Morandi si confonde anche sui due vecchi comici, sbaglia nomi e si dimentica che uno se n’è andato. Dove sono i presta-autori?

Anche quando Morandi annuncia la pole-dance avvisa che non si tratta di lap-dance, non si tratta di “balli osè che si ballano in alcuni locali notturni”. E non solo: anche nella residenza del presidente del Consiglio, ma è un dettaglio. Bisogna aver fiducia nella serata solenne e sobria dedicata all’Italia unita. Risorgeremo?