“O frati”, scriveva Dante nel Canto XXVI dell’Inferno “non vogliate negar l’esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Con queste parole Dante racconta che Ulisse esortò i suoi fratelli, giunti dopo mille pericoli al tramonto della vita, a non vivere come bruti, ma a seguire il desiderio di conoscenza. Dante narra che i compagni di Ulisse, udito il suo richiamo, furono così desiderosi di inseguire il sapere che i remi si aprirono come ali in un folle volo oltre l’orizzonte. Spirito indomito che “soffrì molte asperità nel vasto mare”, scrisse Orazio: per Ulisse non vi erano né Dio né patria, né amore né leggi. L’unica legge era il desiderio di sapere. Ulisse voleva uscire dallo stato di minorità, desiderava conoscere l’universo, perciò esortava i suoi fratelli a scoprire il mondo che si celava dietro al sole. Sono passati molti secoli da allora, ma forse non solo il tempo ci separa. Ulisse appare celato in una distanza strabiliante, quasi antropologica. Oggi il sapere non è più lo scopo della vita, né lo è l’ignoto che con la sua scoperta sazia l’inquietudine dell’anima. Il sapere è materia pericolosa e da vigilare: “O frati, non vogliate negar l’esperïenza di viver come bruti”, sembrano dire oggi le politiche di riforma universitaria in Italia. “Considerate la vostra semenza, fatti non foste per virtute e canoscenza”.

La parafrasi delle parole di Ulisse è certamente ironica, ma non si discosta di molto dalla realtà. Basta dare uno sguardo a quanto avvenuto nelle ultime settimane per notare come la conoscenza e la libertà del sapere stiano diventando, nella nostra società, non solo accessorie, ma quasi peccaminose. Vorrei scorrere brevemente in rassegna quanto è avvenuto a partire dal 29 gennaio 2011 nelle Università italiane, in quanto a partire dall’entrata in vigore della Legge 240/10 è iniziato negli atenei un processo di svuotamento.

Gli atenei si stanno svuotando, è questo il primo dato allarmante. La riforma ha colpito anzitutto gli studenti, attanagliati da continui rialzi di tasse e dalla rimozione pressoché completa dei fondi per il diritto allo studio. I dati emersi nell’ultima settimana disegnano poi una lista degli orrori: la mancata approvazione dell’emendamento al milleproroghe volto a rinviare lo stop a borsisti e co.co.co. ha estromesso dall’Università circa 13 mila assegnisti di ricerca. Niente più contratti di ricerca per alcune delle persone più competenti d’Italia.

Niente più contratti per la didattica, inoltre, o meglio: dal 29 gennaio esistono due nuove tipologie di docenza a contratto, la docenza ad “alta qualificazione” rivolta ad esperti (e retribuita con contratti gratuiti o compensati con offerta libera da un euro in su) e la didattica rivolta a chiunque abbia i titoli per partecipare alla procedura di valutazione comparativa per l’attribuzione del contratto, il cui compenso deve essere fissato a livello nazionale dal Miur (che ancora non ha emanato l’apposito decreto). Dunque, per ora, didattica sottopagata e niente più ricerca per buona parte di quei 50 mila ricercatori (o più) che sino ad oggi hanno rappresentato la ragione stessa dell’eccellenza nella sottofinanziata accademia italiana.

E non è che l’inizio: niente più aspettative per i 12 mila dottorandi che ogni anno l’Università italiana forma – è stato bello prepararvi, ora trovate pure un altro lavoro. Niente più ricercatori a tempo indeterminato e sempre meno ricercatori a tempo indeterminato disposti in queste condizioni a rimanere: stando ad un’intervista di qualche tempo fa al presidente del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnsvu) Luigi Biggeri, negli ultimi cinque anni sono quasi raddoppiate le dimissioni volontarie tra i ricercatori strutturati. Perché si dimettono?, chiede giustamente il giornalista: “Perché trovano una migliore occasione di lavoro”, risponde con ovvietà Biggeri. E se chi è dentro scappa e chi è fuori non entra, chi rimane va in pensione: nei prossimi cinque anni andrà in pensione il 14% dei docenti, percentuale a crescere negli anni successivi a causa dell’età media del corpo docente italiano. Insomma: la Legge Gelmini ha innescato un processo che già embrionalmente rivela un disegno di svuotamento dell’Università pubblica nel quale non c’è più spazio per i ricercatori precari né sostituzione per i docenti in pensione.

Il 10 febbraio, tant’è, la Commissione Bilancio del Senato ha bocciato l’emendamento del Pd sulla proroga degli sconti nel calcolo del rapporto tra gli stipendi e il Ffo (Fondo per il finanziamento ordinario delle università), portando 36 atenei sull’orlo del collasso finanziario. Questo dato, già grave di per sé, comporta tuttavia un ulteriore problema, in quanto causa per legge il blocco del reclutamento straordinario di professori associati e ricercatori. Insomma, abbiamo di fronte università svuotate di persone e finanziamenti, svuotate di un patrimonio immobiliare sempre più spesso all’asta per esigenze cosiddette di “quadramento di bilancio”, svuotate dei libri negli scaffali delle biblioteche dato il taglio ai fondi per il patrimonio librario. Svuotate della libertà del sapere.

Che ne avrebbe detto Ulisse di una società dove è smantellato il diritto comune al sapere? Ecco, questo non lo sappiamo. Sappiamo solo che, con la sua solita ironia affettuosa, Dante l’aveva preventivamente messo al riparo all’inferno.

di Francesca Coin, Rete29Aprile