Non ci sono dubbi. Facebook e Twitter hanno giocato un ruolo nell’alimentare la rivolta che ha portato alle dimissioni del presidente Mubarak. Forse per caso o forse no, pochi giorni dopo questi fatti epocali, l’amministrazione Usa annuncia una nuova politica per la libertà della Rete. Una politica che consentirà di aggirare le eventuali barriere e muri che governi autocratici possano mettere in piedi per reprimere i dissidenti.

Bello no? Democracy of the Net. Potremmo però avere a che fare con Democracy in the Net. La democrazia della rete è quanto si proclama. La democrazia presa nella rete potrebbe essere il risultato finale. La domanda di fondo da porsi non è per nulla complicata. Quali sono i “progetti” che meritano attenzione? Ai dissidenti di quali paesi contro quali regimi o governi, è cosa buona e giusta fornire supporto tecnologico e digitale? Chi lo decide? La rete deve essere considerata a tutti gli effetti un’arma per fare cadere regimi repressivi o uno strumento, molto, molto efficace in mano ai regimi repressivi per sradicare e schiacciare il dissenso? Non si tratta di una domanda teorica. Quello che è accaduto in Tunisia, Egitto e che sta accadendo in Iran, vede l’uso dei social network tanto dagli uni quanto dagli altri. Chi si aiuta e quando? Le lezioni del passato non sono da dimenticare.

Gli Stati Uniti si ripromettono di finanziare “progetti” come la circonvenzione di servizio, ovvero architetture e strumenti che consentono a chi le usa di “evadere” dalle prigioni in Internet, potendo così continuare a resistere, a fare sentire la loro voce. Oppure la formazione e addestramento di chi si occupa di diritti civili per insegnare loro come non farsi intercettare la posta elettronica, come cancellare dati riservati dai loro cellulari se arrestati dalla polizia, come eliminare archivi imbarazzanti dai loro computer. Suonano bene.

Dicono che le tecnologie della rete costituiscono una forza che porta al cambiamento democratico ma non sono l’arma finale per fare crollare i regimi repressivi. Anche questo suona bene ma non sono d’accordo. Non son per nulla d’accordo. Sposo quanto affermato da Michael H. Posner, vice segretario di Stato per la Democrazia, diritti civili e occupazione. La gente ritiene che la tecnologia ci renderà liberi. No, le persone ci renderanno liberi. Le persone direttamente coinvolte, non quelle che le “assistono”.

Certo, il comportamento del Governo americano è quanto meno dissociato. Un giorno dichiara che la rete deve essere di tutti, senza vincoli e l’informazione, la verità, deve essere libera di circolare. Il giorno dopo chiede l’estradizione per il responsabile di WikiLeaks. Dice che finanzierà progetti perché nessuno possa controllare la rete e poi discute la “Protecting Cyberspace as a National Asset Act”, conosciuta ai più come “Kill Switch bill”. Mah!

Ultima domanda. Come valutare le reali intenzioni di chi si dichiara paladino della libertà e della democrazia. I media hanno molto parlato degli Anonymous che vogliono aiutare il crollo del regime iraniano. Avete letto il loro proclama? No? Eccolo:

“Salve, leader dell’Iran. Siamo gli Anonymous. Una nazione che cerca la libertà ha sopportato troppo a lungo la tirannia. Da 30 anni avete promesso il falso e avete denunciato inesistenti ingerenze estere. Il vostro tempo è finito. Queste menzogne sono state scoperte dai vostri stessi cittadini che hanno versato il loro sangue nella protesta. Si sono sollevati contro di voi e continuano a farlo e sono milioni. 40 giorni e 40 notti sono passati e avete continuato i vostri bestiali e sanguinosi attacchi contro i vostri stessi cittadini, la vostra brutale repressione è stata notata. La conoscenza è libera ma i vostri cittadini non lo sono. Tuttavia noi siamo Anonymous. Noi siamo Legione. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. L’ultimo colpo alla vostra porta è vicino. Aspettateci.”

Tocqueville una roba del genere non l’avrebbe scritta. A me non pare proprio la quintessenza della democrazia