Chi sono per la legge italiana i migranti che hanno invaso, seppur pacificamente, l’isola di Lampedusa? Immigrati economici, richiedenti asilo o criminali scappati da qualche prigione tunisina? Nessuno lo sa e neppure se lo chiede. Si vedrà in seguito, ora è meglio non fare né farsi domande.

Fatto sta che la situazione di Lampedusa contraddice in pieno tutte le normative italiane in maniera di immigrazione irregolare. Se ad esempio dall’Algeria arriva un barcone sulle coste della Sardegna (e ne arriveranno parecchi, meglio avvisare Maroni in anticipo, per non ripetere il disastro lampedusano), le forze dell’ordine prelevano (a terra o direttamente in mare) i clandestini e li portano al centro di Cagliari Elmas per il primo soccorso e le procedure di identificazione. Chi avrà diritto a una qualche forma di protezione internazionale seguirà un iter ben preciso, mentre per tutti gli altri scatterà il rimpatrio (se vigono accordi bilaterali con i paesi di origine), altrimenti verrà intimato loro di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni. Questa è la prassi.

A Lampedusa non succede niente di tutto ciò. I giovani tunisini sbarcati in questi giorni sulle sue coste vagano tutto il giorno per l’isola. Chi ha un po’ di soldi va a fare la spesa al supermarket, qualcuno improvvisa una partita di pallone al campo sportivo, altri ancora girano incuriositi per il paese e per la marina. La parola d’ordine è far passare il tempo in attesa di essere portati in una qualche altra struttura, in attesa, in parole povere, di conoscere il proprio futuro. Vogliono sapere se riusciranno a raggiungere la Francia, come quasi tutti dicono di voler fare, o se al contrario verranno rimpatriati in Tunisia.

Peccato che il governo stia, per usare un termine appropriato in questa situazione, “navigando a vista”. Non ha idea di dove metterli. Oggi è arrivato il niet del sindaco di Mineo (Catania), Giuseppe Castania, dove sorge una grossa ex caserma della Nato. Roberto Maroni sperava di poter sistemare lì almeno una parte degli sbarcati di questi ultimi giorni, ma il primo cittadino siciliano gli ha dato il ben servito.

Intanto a Lampedusa i giovani tunisini vivono come in una bolla senza tempo. I ponti aerei procedono a rilento: solo duecento persone al giorno riescono a essere inviati in altre strutture in continente. Per tutti gli altri non c’è altro da fare che aspettare. “Sembrano dei residenti”, dice Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati e i richiedenti asilo. “Manca la palma e il dattero e sembra di stare in Maghreb”, rispondono i pescatori lampedusani.

Le porte del centro per immigrati rimangono aperte e gli “ospiti” possono girare liberamente per tutta l’isola. Nonostante la decisione di non chiudere i cancelli sia in contrasto con le leggi italiane, questa è l’unica cosa giusta fatta da un governo che fino ad oggi si è fatto notare per approssimazione e incapacità. “La decisione di lasciare aperte queste porte ha contribuito a disinnescare una situazione che poteva diventare esplosiva – sottolinea Laura Boldrini – Sta prevalendo il buon senso da parte tutti.”. Ed è vero. I lampedusani si avvicinano incuriositi ai tunisini per farsi raccontare del viaggio, di quanti soldi hanno speso e della situazione in nord Africa. I tunisini non protestano per le condizioni al limite della dignità in cui versa l’affollatissimo centro d’accoglienza e spendono i pochi soldi rimasti nelle botteghe dell’Isola dando un po’ di respiro all’economia locale in un periodo di bassa stagione.

“Per la legge italiana questi ospiti non hanno uno status – spiega Boldrini – perché non sono ancora stati identificati”. L’identificazione infatti scatterà solo una volta che saranno trasferiti nelle altre strutture. Insomma per l’Italia è come se questi uomini siano ancora in alto mare. Poco importa se la legge non lo consente. A Lampedusa, anche da questo punto di vista, si vive alla giornata.

Ma tutti sanno che su questa situazione apparentemente tranquilla grava un’incognita grande come l’Africa: la consapevolezza che presto arriveranno altri sbarchi e che forse saranno ancora più numerosi. E allora, dato che il trasferimento negli altri centri procede a singhiozzo, sarà il disastro. Il collasso.

Ogni giorno tunisini, forze dell’ordine e lampedusani guardano il Canale di Sicilia verso sud e, come in una celebre scena della pellicola francese “L’Odio”, continuano a ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”.