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Lampedusa, campo profughi a cielo aperto

Fino a maggio 2009 Lampedusa è stata un autogrill in mare. Un sistema rodatissimo di accoglienza faceva in modo che le decine di migliaia di immigrati che ogni anno sbarcavano sulle sue coste fossero di fatto invisibili. Dal mare, al molo, al centro di accoglienza. E poi in nave o in aereo verso i centri di identificazione ed espulsione sparsi in continente. Sembravano due isole parallele che non si toccavano mai: quella dei turisti e quella degli clandestini.

Oggi invece è un immenso campo profughi a cielo aperto. In pochissimi giorni questo scoglio in mezzo al Canale di Sicilia è stato letteralmente invaso da migliaia di immigrati provenienti dalla Tunisia. Dov’è finito l’efficientissimo sistema d’accoglienza, quello che aveva fatto parlare al mondo di “Modello Lampedusa?” Ma soprattutto dove sono andate le promesse del Ministro dell’Interno Roberto Maroni che aveva dichiarato risolta l’emergenza clandestini?

Se lo chiedono in tanti. A partire dai 5000 isolani che da venerdì condividono la loro terra con altrettanti stranieri scappati dal Maghreb in fiamme.

Camminare per le vie del paese è un’esperienza quasi surreale. Decine e decine di immigrati giovani e giovanissimi affollano i supermercati e gli spacci per comparsi qualche cosa da mangiare con i pochi soldi che hanno risparmiato dal viaggio in mare. Solo negli ultimi quattro giorni sono sbarcati in 4000. Un esodo di massa.

Molti sono scappati perché spaventati dalle violenze che continuano a perpetrarsi e dall’incertezza politica del loro paese. “Non c’è futuro e non c’è lavoro”, dicono i ragazzi. Molti di loro vogliono raggiungere la Francia e chiedono ai giornalisti come mai siano ancora lì. Come mai il governo di Roma non abbia trovato loro una situazione più dignitosa in altre strutture della Penisola. Se lo chiedono anche i lampedusani che da un giorno all’altro si sono trovati in compagnia di una popolazione numericamente quasi pari alla loro. Che però non sa dove dormire, dove trovare da mangiare e dove lavarsi.

L’emergenza più grave è stata determinata dalla scelta del governo di non adibire, per quattro interminabili giorni, il cpt dell’isola all’accoglienza dei migranti. Forse il ministro Maroni ha voluto fare la faccia dura nel tentativo di demotivare le partenze dalla Tunisia, ma il risultato è stato paradossale. Lampedusa completamente invasa di immigrati, il centro d’accoglienza chiuso e tutte le altre strutture pubbliche a farsi carico dell’assistenza, dalla sede dell’Area marina protetta, ai locali dell’ufficio di collocamento, fino al centro dialisi. Ma nonostante gli sforzi centinaia di migranti sono stati costretti a dormire all’addiaccio.

Domenica alla fine il centro è stato riaperto, ma la situazione non è migliorata di molto. Il Cpsa ha una capienza di massimo 800 posti e lì dentro si sono assiepati in 2000. Lo scenario è desolante. Quello che era il fiore all’occhiello del “Modello Lampedusa” è stato trasformato in una sorta di girone infernale. Con materassi buttati per terra all’aperto dove la gente dorme, senza docce né servizi igenici a sufficienza. La situazione è talmente insostenibile che molti di loro hanno spontaneamente scelto di continuare a dormire all’aperto nelle colline che circondano i cancelli della struttura.

Ad evitare il collasso totale di Lampedusa ci ha pensato la fortuna. Le condizioni marine sono peggiorate e l’intervento delle autorità tunisine nei porti di partenza ha quasi bloccato il flusso dei viaggi. Ma tutti sanno che è una situazione transitoria e che l’esodo ricomincerà presto.

La virtù dell’accoglienza non ha mai fatto difetto ai lampedusani, ma ancora una volta si sono sentiti traditi e lasciati soli dal governo. La politica della “tolleranza zero” di Maroni, con i respingimenti in alto mare dei barconi dei clandestini, ha di fatto lasciato Lampedusa sguarnita di un piano di accoglienza. E nonostante l’emergenza fosse stata ampliamente annunciata dalle cronache giornalistiche, il titolare del Viminale ha aspettato di vedere le prime carrette del mare entrare in porto prima di rendersi conto di quello che stava accadendo.


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