Da “Papi, uno scandalo politico” di Peter Gomez, Marco Travaglio, Marco Lillo (ed. Chiarelettere, 2009 pp.22-39)

Virginia, la signora buonasera
La caduta verticale dei freni inibitori e la confusione totale fra il pubblico e il privato gli provoca i primi guai quando, nel 2003, s’invaghisce di una giovane e splendida annunciatrice Rai dal nome aristocratico: Virginia Sanjust di Teulada, figlia dell’attrice Antonellina Interlenghi (che a sua volta è figlia degli attori Franco Interlenghi e Antonella Lualdi). Per questa storia il presidente del Consiglio è stato indagato e poi – come vedremo – archiviato dal Tribunale dei ministri per «abuso d’ufficio e maltrattamenti commessi da soggetto investito di autorità» (cioè per mobbing) su denuncia del marito separato dell’annunciatrice Rai, Federico Armati, agente del Servizio segreto civile (Sisde) nonché figlio di un noto magistrato romano. Lo 007 infatti, il 29 gennaio 2008, ha sporto denuncia contro di lui. Sosteneva di essere stato prima avvantaggiato, poi penalizzato e infine di nuovo aiutato nella propria carriera dagli interventi del premier, che per tre anni aveva intrecciato una relazione con la moglie, promossa da semplice annunciatrice a consulente di Palazzo Chigi e poi a conduttrice di un programma di moda proprio durante la liaison con il Cavaliere. Il legame tra i due, racconta l’agente, sarebbe durato dall’autunno del 2003 all’autunno del 2007, costellato di regali, viaggi, telefonate e numerose «attenzioni» del premier. Come un bonifico bancario di 50mila euro nella primavera del 2007 e un appartamento nella centralissima e pregiatissima piazza Campo de’ Fiori dato in uso per mesi alla ragazza.
La vicenda merita di essere raccontata dall’inizio, perché è un ottimo paradigma del rapporto di Berlusconi con la sfera femminile e con la cosa pubblica. Un caso di scuola dei danni che possono derivare per entrambe le sfere dai comportamenti del presidente del Consiglio. Tutto comincia il 29 settembre 2003. Berlusconi, che proprio quel giorno compie sessantasette anni, è al governo da due anni e il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha appena varato la legge finanziaria. La minestra che passa il convento di Arcore è più o meno la stessa di oggi: leggi ad personam (il lodo Schifani è appena diventato legge), crisi Alitalia e riforma delle pensioni. La medicina è amara. Le nuove norme sulla previdenza sociale prevedono l’innalzamento dell’età pensionabile a sessantacinque anni. Il premier decide di spiegare in televisione le scelte impopolari del governo.
A chi toccherà, in Rai, l’onore di annunciare il videomessaggio del presidente del Consiglio? Il ballottaggio se lo giocano due belle annunciatrici di ultima generazione: la bionda Barbara Matera, ex valletta di Davide Mengacci su Rete4, e la mora Virginia Sanjust. All’epoca il Cavaliere non aveva ancora scoperto le virtù politiche della Matera (oggi europarlamentare fresca di elezione). Così la scelta cade su Virginia, ventisei anni, appena assunta in Viale Mazzini – come la Matera – con un contratto a termine da 1100 euro al mese. La mora ha cognome e lineamenti «nobili». Il Cavaliere, appena la vede, ripone le carte sul nuovo sistema contributivo, smette d’interessarsi all’annuncio e punta sull’annunciatrice. Appena tornato a Palazzo Chigi, dopo il monologo alla Rai, chiede informazioni sulla ragazza e, con galanteria un po’ rétro, le spedisce una cascata di gardenie e rose accompagnate da un bigliettino: «Un debutto storico a reti unificate: evviva e complimenti». La fortunata destinataria, «Virginia Sanjust in Armati», riceve il mazzo a Campo de’ Fiori, in casa del marito, dal quale è separata dal 2000. Armati, quando viene a sapere dello spasmodico interesse del premier per l’ex consorte, la incoraggia a telefonargli per ringraziarlo. È un agente del Sisde e i servizi dipendono dal premier Berlusconi: se Virginia si dimostra gentile con il Cavaliere, è meglio per lei, ma anche per lui. La ragazza chiama e lascia un messaggio. Pochi minuti dopo, il suo telefonino trilla: è Berlusconi in persona che la invita a colazione a Palazzo Chigi. E lì scocca subito l’intesa.

Nonostante la diversità di età e di estrazione, il premier si invaghisce di questa ragazza bella e colta, che parla quattro lingue e pare disinteressata al vil danaro. Virginia studia le religioni orientali e ama gli animali: difficile immaginare un tipo umano più diverso da lui. Eppure i due s’intendono a prima vista. La loro è una storia diversa da quelle che più tardi coinvolgeranno il Cavaliere. In un momento di lucida sincerità, nel 2009, Virginia confiderà a un giornalista: «Io e Silvio Berlusconi ci siamo amati». La ragazza proviene da una famiglia famosa e complicata. La mamma, l’attrice Antonellina Interlenghi, l’ha concepita a soli quindici anni con il barone Giovanni Sanjust di Teulada, un pittore che vive a Capalbio, culla dell’intellighenzia di sinistra. Cresciuta in una famiglia ricca di stimoli culturali, ma senza una forte presenza paterna, Virginia intravede in Berlusconi una solida figura di riferimento. Il Cavaliere avverte subito la differenza di classe e di atteggiamento, rispetto alle altre stelline che fanno la fila per conoscerlo. L’accoglie a Palazzo Chigi come fosse un’autorità e pranza con lei insieme a Gianni Letta e a Giulio Tremonti. Il discorso scivola subito dalla situazione economica del Paese a quella della fanciulla. Il Cavaliere ascolta attento le sue difficoltà e sfodera la proverbiale generosità: seduta stante – almeno secondo il racconto che Armati farà ai magistrati – convoca il segretario generale di Palazzo Chigi, Antonio Catricalà, perché annoti gli estremi del curriculum di Virginia e le prepari un contratto di consulenza con la Presidenza del Consiglio. Catricalà (che da segretario di Palazzo Chigi sarà presto promosso, per i suoi requisiti di «autorevolezza e indipendenza», alla guida dell’Autorità garante della concorrenza, incaricata fra l’altro di vigilare sui conflitti di interessi) consegna alla nuova amica di Berlusconi il suo biglietto da visita. E si mette al lavoro. In pochi giorni gli uffici approntano il decreto, che viene mandato al sottosegretario Gianni Letta per la firma:

Il presidente del Consiglio dei ministri (…), vista l’esigenza di avvalersi della collaborazione della signora Virginia Sanjust di Teulada in qualità di esperto, nell’ambito dell’ufficio stampa (…) decreta: è conferito l’incarico di esperto per il periodo 20 ottobre-31 dicembre 2003. Per lo svolgimento dell’incarico è attribuito un compenso annuo lordo di 36mila euro e Iva. La relativa spesa trova copertura per euro 7000 e 200 oltre Iva nelle disponibilità finanziarie iscritte nel capitolo 167 del bilancio.

Non basta. Secondo Armati, il premier accompagna il regalo pubblico (il contratto) con uno privato: un bracciale di brillanti di Damiani. È il primo di una lunga serie di gioielli, tutti firmati Damiani e abbelliti da pietre preziose, donati a Virginia e accompagnati dai certificati di garanzia (l’ex marito li conserva prudenzialmente in un cassetto). Tutto fila liscio fino al novembre del 2003, quando un articolo su «Il Messaggero» svela la particolare ammirazione del Cavaliere per l’annunciatrice. Lo staff di Palazzo Chigi entra in fibrillazione: quella consulenza assegnata a una «signorina buonasera » che ha una relazione con il presidente potrebbe destare scandalo. Nel febbraio del 2004 il quotidiano romano torna sul tema in prima pagina: «Berlusconi ha proposto a Virginia di diventare la donna immagine di Forza Italia».

La notizia è imprecisa, ma fa balzare sulla sedia Elisabetta Gardini, che da tempo aspira a quel posto, e manda in subbuglio l’entourage del premier. Si temono polemiche. Il «decreto Virginia» viene frettolosamente ritirato. Armati racconta che uno strettissimo collaboratore del Cavaliere – un uomo che segue spesso le esigenze «pratiche» delle amiche di Berlusconi – si presenta da Virginia nell’appartamento di Campo de’ Fiori per farselo riconsegnare. Ma il tentativo di far sparire il documento, divenuto politicamente imbarazzante, va a vuoto. Armati ne conserva gelosamente una fotocopia. E così la storia del decreto riemergerà in una delle tante cause aperte fra i due coniugi che segneranno di lì a poco la rottura definitiva della loro tumultuosa unione. Persino Antonellina Interlenghi, la madre di Virginia, finirà per criticare il provvedimento di Palazzo Chigi in una memoria presentata ai pm di Roma. E la stessa Virginia si mostrerà più imbarazzata che contenta. È lei stessa a confessarlo ai magistrati:

Ho firmato nell’ottobre 2003, ma ho esitato. Era un contratto a partita Iva con il Governo Italiano e la retribuzione doveva essere di tremila euro al mese. Inizialmente doveva durare un anno, ma mi mandarono a casa a dicembre del 2003. Con le chiacchiere che stavano girando, non era il caso. Così il contratto venne chiuso. Io potevo ritirare le due mensilità. Ma quei soldi non li ho mai presi perché non ho mai fatto niente.

In compenso, poco prima, Virginia ha ottenuto da Rai1 un contratto per condurre la trasmissione Oltremoda, che poi lascerà a Katia Noventa, la showgirl che è stata la compagna di Paolo Berlusconi fino al 2000 e poi la titolare di una rubrica sul «Giornale» del suo ex. Ma la Sanjust, in quell’incontro a Palazzo Chigi del 29 settembre, qualcosa al premier l’ha chiesto: la promozione del marito al Sisde. Richiesta accolta. Racconta Armati:

Il Berlusconi disponeva, sempre aiutato da Catricalà e alla presenza della Sanjust, di assumere al più presto informazioni sulla mia situazione professionale. Il premier, secondo lo 007, mantiene la promessa e chiama Virginia addirittura da una visita ufficiale in Cina per comunicarle la lieta notizia della promozione del marito. In una registrazione depositata agli atti di un altro procedimento penale, l’annunciatrice dice al consorte: Tu mi hai mandato da Berlusconi. Gli ho chiesto aiuto per te. E lui lo ha fatto. Ma mi ha detto una frase: mi ha detto che era stato molto difficile.

In realtà, a giudicare dai tempi, le cose non dovevano essere state così complicate. L’operazione viene avviata il 23 ottobre con la proposta del capocentro del Sisde di dare ad Armati un riconoscimento per l’esperienza maturata in quasi vent’anni di carriera. E si conclude il 13 novembre 2003, nemmeno due mesi dopo l’incontro di Palazzo Chigi, quando il Sisde diretto dal generale Mario Mori promuove Armati al rango di funzionario. Il provvedimento è motivato da Mori con la «complessiva valutazione basata sul rendimento». La carriera dello 007, stando anche alle sue dichiarazioni, sembra dunque positivamente influenzata dal legame tra la moglie e il premier. Ricatto al Cavaliere In quella fase tutto fila liscio anche tra gli ex coniugi e Armati è ben visto dalla Presidenza del Consiglio e dai vertici del servizio segreto. Ma, con l’arrivo del nuovo anno, la ruota gira: nel 2004 il rapporto fra Virginia e Federico si incrina definitivamente quando lui le nega il permesso di portare il figlio – allora conteso fra i due, ma affidato al padre – in una comunità mistica piemontese: Damanhur. Da quel momento anche la carriera della spia comincia a traballare. Il vertice del Sisde lo relega in un angolo, lo toglie dall’attività operativa e alla fine lo mette addirittura alla porta, trasferendolo alla Corte di Cassazione, come dipendente del ministero della Giustizia. Per lo 007 è una catastrofe economica. I dipendenti dei servizi, a parità di qualifica, guadagnano il triplo di quelli delle amministrazioni statali. Così, il 20 marzo 2006, quando Armati si vede notificare il trasferimento in Cassazione, si sente crollare il mondo addosso. Al Sisde guadagnava 4500 euro al mese, riusciva a pagare il mutuo e a mantenere dignitosamente il figlio. Ora il suo stipendio scenderà a 1700 euro mensili. Il trasferimento è operativo dal 30 marzo 2006: non c’è un attimo da perdere.

A mali estremi, estremi rimedi. Convinto di esser vittima di un sopruso, Armati decide di usare i dieci giorni che gli restano per premere su Berlusconi affinché ritiri il provvedimento. Come? Minacciando di rivelare tutto in piena campagna elettorale, quella che vede il Cavaliere recuperare ora dopo ora lo svantaggio sul suo rivale Romano Prodi. Per farsi revocare il trasferimento, l’agente segreto apre tre canali di trattativa con Palazzo Chigi. Prima contatta Dodo Torchia, un ex socialista amico del potente Niccolò Querci (già segretario del Cavaliere, ora direttore generale di Mediaset e braccio destro di Piersilvio Berlusconi). Poi intima a Virginia di parlare del suo caso a Silvio. Infine parla con un amico che scrive su un quotidiano vicino al centrodestra, perché il suo messaggio arrivi allo staff del Cavaliere. Virginia racconterà ai pm quei giorni di fibrillazione:

Mi chiamò Silvio Berlusconi in persona, il 21 sera o il 22-23 marzo, con tono molto preoccupato per dirmi che un giornalista de «l’Unità» aveva avvisato l’entourage del presidente del Consiglio che Federico Armati si era vantato di essere in possesso di notizie esplosive sul presidente.

I pm le fanno notare che la storia del giornalista de «l’Unità» informatore di Berlusconi non sta in piedi. Ma lei insiste: «Questo è quello che lui mi ha detto». Forse la ragazza dice il vero e il Cavaliere voleva coprire, con una bugia delle sue, la vera fonte della notizia. Una cosa è comunque certa: la tensione è alle stelle. Un mese dopo si terranno le elezioni politiche e tutti sanno che la partita fra Berlusconi e Prodi si giocherà sul filo di lana. Uno scandalo di quella portata è l’ultima cosa che il Cavaliere possa auspicare. Oltretutto, intorno al caso Sanjust, fioccano le registrazioni. Il 21 marzo Virginia, a caccia di prove per mettere in difficoltà l’ex marito nella causa matrimoniale, lo incontra in un bar munita di un microfono nascosto. Nel nastro si sente Armati dire:

Sono stato trasferito dal 1° aprile al ministero di Giustizia. Ora sto preparando una denuncia contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e contro il direttore del servizio, Mario Mori. Non torno indietro. Racconterò tutti i fatti a partire dal 29 di settembre in poi: Palazzo Chigi, il pranzo, il braccialetto… come lo scartavi. Io c’ho tutte le scatole e i certificati di garanzia dei gioielli.

Virginia, ben sapendo che le sue parole sono registrate, risponde: «Fede, tu dici tutto da solo. Cosa provano queste cose? Io non ho mai avuto gioielli». Armati, all’oscuro della trappola, s’infuria ancor di più, non riuscendo a capire perché l’ex moglie debba negare la verità davanti a lui. Poi il 22 marzo (o il 23, Virginia dinanzi ai magistrati non ricorda bene) Berlusconi scopre che ormai la notizia è in mano alla stampa. Il 28 marzo la ragazza incontra di nuovo il marito col microfono nascosto. Mancano due giorni al trasferimento e Armati, fuori controllo, minaccia sconquassi: Io faccio un’altra denuncia. Tu gli dici che c’è un giorno di vita. Entro giovedì. Chiama questi stronzi che devono sbrigarsi. Tu devi andargli sotto [a Berlusconi, nda] e dirgli: ti rovina. Perché io, Federico Armati, lo mando in galera, quanto è vero Dio ci impegno la vita, gli faccio un tale casino, lo rovino! Hai parlato con questa cacchio di Marinella [Marinella Brambilla, la segretaria di Berlusconi, nda]? Bene, parlaci. Digli: se entro domani non succede qualcosa, vi facciamo un culo così. Virginia lo rassicura:

Stai calmo. Ti chiedo di aspettare due giorni. Io ho più interesse di te a che tu non mi usi come capro espiatorio, come mezzo per sputtanare lui sputtanando anche me. Sono convinta che verrà riparato tutto entro giovedì. Se lui non ha ricevuto i tuoi incartamenti, io glieli porto direttamente, li consegno a qualcuno a via del Plebiscito [indirizzo di Palazzo Grazioli, cioè di casa Berlusconi, nda].

Ed ecco che, come per incanto, a sole ventiquattro ore dallo scadere dell’ultimatum, la faccenda si sistema. «Nella mattinata del 29 marzo 2006 – scrive in una denuncia Armati – sono stato convocato dal capo del personale del Sisde, il quale mi rendeva noto che era stata richiesta la mia professionalità al Cesis». Cioè al Centro di coordinamento dei servizi segreti civile e militare. Infatti il 1° aprile 2006, a una settimana dalle elezioni politiche, il marito di Virginia viene assegnato al Cesis. Lo stipendio è salvo. Ma qualcuno trova qualcosa da ridire. È l’avvocato romano di Virginia Sanjust, Domenico De Simone, che scrive in una denuncia:

Armati ha preteso la revoca del trasferimento dal Sisde e poi ha ottenuto la chiamata dal Cesis, minacciando il danno ingiusto di propalare la falsa rivelazione della relazione sessuale della signora Sanjust con il dottor Silvio Berlusconi (…).

Uno scandalo, anche se artatamente costruito, fondato su elementi in parte veri, perché è innegabile il rapporto di amicizia tra Sanjust e Berlusconi. L’avvocato sa bene quel che dice. Nel giugno del 2006, secondo la denuncia di Armati, De Simone avrebbe partecipato a una riunione a quattro a Palazzo Grazioli con Berlusconi, il suo onorevole avvocato Niccolò Ghedini e Virginia Sanjust per decidere le contromisure da adottare contro l’offensiva del marito.

L’appartamento-omaggio
Sulla relazione tra Berlusconi e Virginia (e dunque sul ricatto a Berlusconi, allora impegnatissimo a diffondere sui suoi house organ le foto patinate e idilliache con Veronica e i figli), le prove abbondano. A partire dalla storia della casa affacciata su Campo de’ Fiori. Dal 2000 Federico Armati vive in affitto in quello splendido appartamento di proprietà della Banca di Roma. Il figlio avuto da Virginia è cresciuto lì. Quando la banca, nel dicembre del 2004, vende in blocco lo stabile alla società Leoncavallo, i nuovi proprietari decidono di cedere gli appartamenti garantendo un buon prezzo agli inquilini. Armati, nonostante lo sconto, non possiede il milione e 50mila euro richiesti. Così la casa finisce a un produttore americano innamorato di Roma: Stephen Joel Brown. Armati (che guadagna 4500 euro al mese) stipula un mutuo da mille euro mensili e si accontenta di un piano terra ai Parioli, dove si trasferisce col figlioletto.

Pochi mesi dopo Virginia si presenta da Brown dicendo che certi suoi «amici milanesi» vogliono acquistare l’appartamento. Il regista tenta di spiegarle che lui l’ha appena comprato e ce ne sono molti altri in vendita, in Campo de’ Fiori. Ma la donna ribatte che i suoi amici vogliono proprio quello. Motivo? Ha cinque finestre sulla piazza. In realtà la casa ha un altro vantaggio, che agli occhi della Sanjust è più importante delle finestre. È quella che il suo bambino considera «la sua casa». Quella dove è nato e dove il giudice ha statuito che debba dormire. Una carta in più, per Virginia, per ottenere dal Tribunale l’assegnazione del figlio conteso all’ex marito. Brown intuisce tutto, ma finge di credere alla versione degli amici milanesi innamorati delle finestre. E spara: «O mi date 2 milioni e 250mila euro più Iva [l’aveva pagata poco più della metà, nda] o non vendo». Ma gli «amici milanesi», che poi sono alcuni fedelissimi di Silvio Berlusconi, non battono ciglio: affare fatto.

«Inizialmente – racconta Brown – doveva comprare una società del gruppo Berlusconi. Poi, dopo che ero tornato dagli Stati Uniti apposta per la trattativa, scomparvero.» Probabilmente Virginia era partita per uno dei suoi viaggi esotici e il Cavaliere aveva deciso di sospendere la trattativa. Brown non la prende bene: minaccia azioni legali e iniziative pubbliche. Per scongiurare un altro scandalo, l’acquisto viene subito concluso. Alla fine, al momento del rogito, non compare alcuna società. L’acquirente è un tizio che non ha mai visto la casa. Si chiama Salvatore Sciascia, è l’ex responsabile fiscale della Fininvest, condannato in via definitiva per le mazzette alla Guardia di Finanza e oggi deputato del Popolo della libertà. In sua rappresentanza, a stipulare il contratto, si presenta Francesco Magnano, il geometra di fiducia di Berlusconi. Subito dopo l’acquisto, l’appartamento passa nella disponibilità di Virginia, che lo lascerà nel 2007. Ora è stato appena ristrutturato. E chi è andato a controllare più volte l’andamento dei lavori? Silvio Berlusconi in persona.

I rapporti fra il premier e Virginia proseguono, fra alti e bassi, fino all’estate del 2007. Il 14 settembre 2006, dall’aereo privato personale del Cavaliere, scende una ragazza vestita di bianco che, in alcune fotografie pubblicate da «L’espresso», somiglia come una goccia d’acqua alla Sanjust. Meno di un anno dopo, il 14 giugno 2007, risulta un bonifico di 50mila euro sul conto della donna con ordinante «Berlusconi Silvio». Causale: «Bonifico prestito infruttifero». Il premier, per lei, non bada a spese. Oltre alla casa in Campo de’ Fiori, le regala periodicamente somme importanti che le permettono di viaggiare, di intentare varie cause all’ex marito e di pagarsi un secondo appartamento in affitto sulla Cassia. Sulle prime, quella munificenza un po’ ostentata la imbarazza. Virginia racconta alle persone più care che, dopo la prima vacanza sarda, il Cavaliere le offrì una busta piena di fruscianti banconote. E lei, non abituata agli usi della casa, si sentì trattata come una donna-oggetto e non ne fece mistero. Anzi, reagì male. «Questo atteggiamento di Virginia, così diverso da quello delle altre ragazze con le quali era abituato a trattare, colpì molto il presidente», spiega un amico. Anni dopo il premier ripiegherà su «ragazze immagine» molto meno sensibili: come la barese Barbara Montereale, che non si farà pregare troppo per intascare una busta con 10mila euro in contanti. Ma Virginia non si lascia comprare nemmeno con le offerte di lavoro. Non ritira il compenso da consulente di Palazzo Chigi e rinuncia al rinnovo del contratto per la conduzione di Oltremoda che Rai1, diretta dal forzista Fabrizio Del Noce, le ha proposto per la stagione 2004.

La relazione con Silvio, per Virginia, non è una fonte di lavoro, ma un rapporto d’amore. Il Cavaliere la stima perché è la sola che preferisce dare anziché chiedere e ricevere. Quando torna dai suoi viaggi in Oriente, lei si precipita a Palazzo Grazioli con l’olio profumato per il massaggio rilassante. E quando il presidente le fa un regalo, lei subito ricambia con pensieri gentili, come una gigantesca clessidra che dovrebbe ricordare all’uomo di Stato, sempre preso da mille impegni, che il tempo scorre e va utilizzato al meglio. Una volta rimane chiusa in casa per giornate intere a registrare cd musicali con le compilation delle canzoni più belle da dedicare a Silvio: è lei stessa a decorare le copertine, una a una. È una ragazza speciale e, in quei quattro anni, riceve un trattamento diverso dalle altre. Un’apposita struttura di fedelissimi del Cavaliere si preoccupa dei suoi problemi di salute, legali, economici e familiari. I suoi referenti sono cinque: il segretario del premier Valentino Valentini e l’avvocato Niccolò Ghedini (entrambi in Parlamento); la storica segretaria tuttofare Marinella Brambilla, che tiene l’agenda del Cavaliere; Claudio Cecire, l’autista factotum nominato Cavaliere della Repubblica «per i suoi alti meriti» da Silvio; e Alfredo Pezzotti, il maggiordomo che spesso si occupa delle questioni più pratiche.

Il porto delle nebbie
I risvolti imbarazzanti della denuncia di Armati, per Silvio Berlusconi, non mancano. Eppure, come spesso accade, la stampa e la magistratura fanno a gara nell’evitare di approfondire il caso. Forse è proprio la distrazione dei media su una vicenda che vede il Cavaliere in una posizione politicamente indifendibile a influenzare l’atteggiamento dei giudici romani. Di fronte a una denuncia estesa e articolata, in ben dodici mesi di indagini, i magistrati riescono a interrogare come testimone soltanto il prefetto Emilio Del Mese, all’epoca capo del Cesis. Non ascoltano nemmeno la Sanjust, né il suo avvocato Domenico De Simone, né il generale Mori e neppure lo stesso Armati (figurarsi Berlusconi): cioè i protagonisti della vicenda. Il marito di Virginia lo aveva chiesto, e la legge costituzionale sul «giusto processo» prevedeva la sua audizione, ma i tre giudici del Tribunale dei ministri si guardano bene dell’aprire il microfono almeno all’agente segreto. Peccato.

Liberato dal segreto professionale che si impone a uno 007, Armati avrebbe potuto raccontare tutto sulla relazione tra Silvio Berlusconi e sua moglie, comprese le lunghe telefonate notturne, i regali, le confidenze sui viaggi in Sardegna a bordo dell’aereo militare (cioè a spese dello Stato) e sui voli di ritorno di Virginia da Milano a Roma senza la presenza del Cavaliere, che restava a Milano per vedere la partita a San Siro. Magari avrebbero potuto chiedergli qualcosa sulle trattative intercorse con gli uomini di Berlusconi prima della presentazione della denuncia per trovare un accordo ed evitare lo scandalo. E persino sul ruolo avuto dallo studio Ghedini nella faccenda.

Già, perché una delle tante richieste di Armati disattese dal Tribunale era quella di acquisire le registrazioni effettuate da Virgina Sanjust il 21 e il 28 marzo 2006. Secondo Armati, si tratta di registrazioni abusive, perché fatte a sua insaputa. In particolare quella del 28 marzo (nella quale lo 007 lanciò l’ultimatum: «Entro giovedì deve arrivare il mio trasferimento altrimenti racconto tutto») fu registrata all’interno della casa di Armati e alla presenza del figlio minore, la cui voce sarebbe rimasta impressa nei nastri. Dinanzi al pm Olga Capasso, Virginia Sanjust ha dichiarato a verbale che sarebbe stata l’avvocatessa Nicoletta Ghedini, sorella e contitolare dello studio col più famoso Niccolò, a raccomandarle con insistenza: «Lo registri, lo faccia parlare». La Ghedini, che insieme alla sorella Ippolita seguirà anche la causa di divorzio del presidente del Consiglio con Veronica Lario, nega di aver mai dato quell’ordine e, ovviamente, di avere fatto trascrivere le bobine, come invece Armati sostiene di aver saputo da Virginia. Se, per sventura, dovesse essere vero quel che racconta lo 007, saremmo di fronte a un paradosso: lo studio legale di Ghedini, nemico giurato delle intercettazioni, che maneggia audio e trascrizioni di conversazioni private per usarle a favore di Berlusconi. Ma la sorella Nicoletta nega tutto:

Sì, ho ricevuto tre volte la signora Sanjust nel mio studio di Padova, ma non ho mai ricevuto da lei un cd con le registrazioni dei suoi colloqui col marito, né li ho fatti trascrivere. Posso al massimo, ma non ne sono sicura, avere detto, in seguito a una sua domanda, «se vuole registri pure tanto non servono a granché». Ma niente di più (…). È un caso che mio fratello difenda il presidente del Consiglio Berlusconi in un procedimento nel quale è coinvolta anche la Sanjust. Con Niccolò non ne abbiamo nemmeno mai parlato.

E così, dal legal thriller, il caso Sanjust vira verso la commedia italiana. Ricapitoliamo: Niccolò Ghedini difende il Cavaliere dalle denunce di Armati; Nicoletta Ghedini consiglia Virginia Sanjust per difendersi dalle denunce dello stesso Armati. E i due fratelli-soci non si sono mai parlati sul caso. L’avvocato Nicoletta sfodera una spiegazione formidabile: «Non è stato Berlusconi a consigliare a Virginia di rivolgersi a me. Penso sia venuta perché si sa che sono una specialista della materia». E chi pensa il contrario fa peccato. Le intercettazioni «a tradimento» della Sanjust comunque, pur restando fuori dal processo penale del Tribunale dei ministri, sono state esaminate con cura dal pm Olga Capasso in un procedimento parallelo, nato un anno prima da una denuncia di Virginia contro Armati. In quel fascicolo sono state acquisite le trascrizioni dei nastri con le urla dello 007 contro Berlusconi e la moglie ed è stata sentita per ore anche Virginia Sanjust.

Una miriade di procedimenti penali per partorire il più classico dei topolini. La magistratura romana ha sempre evitato di affrontare il quesito più importante del caso Sanjust: il presidente del Consiglio o i suoi collaboratori hanno o no premuto sui dirigenti dei servizi segreti perché riprendessero in servizio Armati nel timore delle sue minacce? Anche nella richiesta di archiviazione del pm Capasso a favore di Armati denunciato dalla moglie, non si fa cenno alla denuncia in tal senso sporta dall’avvocato di Virginia, Domenico De Simone. Questo aspetto della vicenda, che poi è il più delicato e più interessante per i cittadini, è stato rigorosamente accantonato da tutti i magistrati che se ne sono occupati. Armati ha chiesto più volte di acquisire nel procedimento principale (quello per mobbing) il fascicolo del pm Capasso (comprese le intercettazioni abusive e la denuncia dell’avvocato De Simone sul presunto ricatto). Ma i magistrati, forse temendo di infilarsi in un ginepraio più grande di loro, hanno preferito chiudere il caso in fretta e furia. E, soprattutto, senza rumore.
L’ordinanza di non luogo a procedere del Tribunale dei ministri nei confronti di Silvio Berlusconi, vergata in un italiano malcerto e lardellata di errori di grammatica e di ortografia, porta la data del 26 gennaio 2009. I giudici Anna Battisti, Andrea Fanelli e Paolo Emilio De Simone archiviano il caso, accogliendo le due successive richieste avanzate dal pm romano Roberto Felici il 13 febbraio e il 6 novembre 2008, perché

la notizia di reato a carico del Presidente del Consiglio in carica all’epoca dei fatti, Berlusconi Silvio, deve ritenersi nel suo complesso infondata o comunque non supportata da idonei elementi atti a sostenere l’accusa in un eventuale giudizio di merito, per cui ne va disposta l’archiviazione.

Una sentenza piena di buchi
La motivazione, logicamente faticosa, a tratti incoerente e lacunosa, ai limiti della temerarietà, dichiara dimostrata soltanto la «stretta relazione intrecciata» dal Cavaliere con Virginia, peraltro ormai stranota da quando i giornali pubblicarono la denuncia di Armati. I giudici non ritengono provato invece che il «trasferimento punitivo » inflitto ad Armati sia collegato alle asserite minacce della moglie di «rovinarlo per farlo diventare così povero da non poter più accudire e tenere con sé il bambino». Anche la revoca del trasloco dello 007 non sarebbe connessa alla minaccia di rivelare i particolari della relazione della moglie con il premier. Per motivare questa conclusione, il collegio si basa sulla scarna audizione del prefetto Del Mese, all’epoca dei fatti segretario del Cesis. Del Mese, secondo i giudici, avrebbe fornito «una chiara spiegazione di quanto accaduto all’Armati». Il marito di Virginia, scartato poco prima dal Sisde per ordine del generale Mori, fu riammesso al Cesis addirittura per «affrontare nuove minacce terroristiche» con l’apporto di «professionalità maggiormente operative». Insomma, più che dal timore della denuncia di Armati e dalla «volontà del premier di evitare lo scandalo», influì nel suo reintegro la volontà di Mori di «valorizzare la sua professionalità» nella guerra ad Al Qaeda. Il caso Sanjust non c’entra nulla: i «nominativi assegnati al Cesis furono indicati da Mori», non da Berlusconi. Il fatto che Mori fosse al vertice del Sisde per volontà di Berlusconi e alle dipendenze del medesimo, è un semplice e ininfluente dettaglio. Così come i continui contrasti fra Armati e l’ex moglie entrata nelle grazie del Cavaliere:

È arduo ritenere i dissapori e i contrasti esistenti tra Armati e la sua ex moglie, la quale contestualmente a tali fatti aveva indubbiamente stretto una relazione personale con il presidente del Consiglio in carica (per come pare desumersi in maniera pressoché univoca dalla documentazione allegata alla querela e, segnatamente, dalla documentazione bancaria, dalle dichiarazioni della Sanjust in altro procedimento penale, nonché dai vari passaggi di proprietà della casa familiare di piazza Campo de’ Fiori), possano aver determinato e deciso le sorti lavorativo- professionali del medesimo denunciante.

Le presunte minacce della Sanjust sarebbero troppo lontane («oltre un anno») dal trasferimento dell’ex marito dal Sisde alla Cassazione per poter collegare i due fatti. Gli spostamenti di Armati furono siglati da Mori, Del Mese e Letta (peraltro «delegato dal premier»), e non da Berlusconi, anche se costoro erano, «in linea puramente teorica, influenzabili» dal Cavaliere. Eppoi Armati non fu il solo a essere trasferito, il che smentirebbe il «trattamento speciale» usato nei suoi confronti. È vero che Berlusconi, visti i suoi legami con la Sanjust, poteva aver interesse ad assecondarne i capricci; ma la nuova legge sull’abuso d’ufficio gli avrebbe imposto di astenersi dal decidere sull’ex marito della donna solo «in presenza di un interesse proprio o di un proprio congiunto», appartenente alla sua «cerchia familiare, nella quale non può essere ricompresa anche la persona che, sebbene priva di legami parentali col pubblico ufficiale, abbia con quest’ultimo instaurato uno stretto legame».

Quanto al presunto mobbing, sostiene sempre il Tribunale, è vero che i dipendenti dei servizi sono «sottoposti all’autorità del premier », ma «in concreto» Armati dipendeva da Mori. E comunque le angherie da lui denunciate non presentano quei «caratteri di frequenza e durata nel tempo» necessari per far scattare il reato. Ergo, il Tribunale dei ministri «dichiara non doversi promuovere l’azione penale nei confronti di Berlusconi Silvio». Amen.

Nelle motivazioni dell’archiviazione, una falla fra le tante si nota a occhio nudo. Il Tribunale non ha ascoltato neppure Mori, per porgli la domanda chiave del caso Sanjust: «Scusi, generale, chi le ha chiesto di ripescare Armati nei servizi segreti, dopo che lei l’aveva prima emarginato e poi scaricato dal Sisde?». Quando, nel corso della sua testimonianza, il prefetto Del Mese afferma che fu proprio Mori a chiedergli di inserire Armati in una terna di persone cacciate dal Sisde da ripescare nel Cesis, uno dei tre giudici – Andrea Fanelli – gli chiede: «Lei non chiese a Mori se qualcun altro gli aveva suggerito il nome di Armati?». Del Mese non risponde. Ma a nessuno viene in mente di convocare Mori, per domandargli se il suggeritore fosse stato Letta o magari, chissà, Berlusconi. I giudici preferiscono non bussare nemmeno alla porta del generale, dietro cui potrebbe spalancarsene un’altra: quella del premier. Strano comportamento davvero. Un funzionario appena cacciato dai servizi viene ripescato improvvisamente su ordine proprio di quel generale che lo aveva appena umiliato pubblicamente. Il tutto, guardacaso, proprio allo scadere dell’ultimatum lanciato dal funzionario, che minacciava di rivelare la relazione intrecciata da Berlusconi con sua moglie. E i giudici che fanno? Chiudono l’istruttoria senza interpellare il generale sulle sue scelte schizofreniche e senza scoprire chi sia, se c’è, il suo ispiratore. I giudici se la cavano sostenendo che, in fondo, il ripescaggio di Armati non era ad personam, ma inserito in un decreto che riguardava altre due persone trattate nello stesso modo. Ma le cose non sono andate proprio così: per gli altri due spioni riammessi al Cesis, secondo la denuncia di Armati, il trasferimento non era ancora operativo, mentre lui stava per prendere servizio in Cassazione quando il suo nome finì miracolosamente nel decreto- ripescaggio del 1° aprile 2006. Solo per lui si resero necessari ben tre decreti: il primo per trasferirlo dal Sisde al ministero della Giustizia, il secondo per revocarlo, il terzo per inserirlo al Cesis. Tutto normale?

Un’altra bizzarria del processo Berlusconi-Sanjust è la procedura adottata dai magistrati. La legge prevede che il Tribunale dei ministri, sulla richiesta di archiviazione della Procura, si esprima – al termine di un’apposita udienza – con un’ordinanza che la accetti o la respinga. In questo caso, invece, l’ordinanza non c’è mai stata. I giudici hanno disatteso di fatto la posizione della Procura che voleva chiudere tutto subito, e invece hanno sentito il prefetto Del Mese senza prima fare l’ordinanza, agendo in una sorta di limbo giuridico non previsto dalla legge.

Naturalmente, nessun quotidiano e nessuna televisione ha seguito il caso: quando Del Mese è comparso in aula, non c’erano taccuini né telecamere davanti al palazzo di via Triboniano. Infatti la notizia della sua audizione non è mai uscita da nessuna parte. Immaginate per un attimo di essere negli Stati Uniti. Se il numero due della Cia fosse sentito dal procuratore federale sulla denuncia del marito di un agente segreto che sostiene di essere stato mobbizzato dal presidente Obama perché quest’ultimo ha una storia con la moglie dello 007, tutti i network stazionerebbero in pianta stabile per mesi e mesi con i loro pullmini e le loro parabole davanti agli uffici del procuratore. In Italia invece, proprio in quei giorni, la stampa preferiva appassionarsi alle lontane vicende di Sarah Palin, la governatrice dell’Alaska candidata alla vicepresidenza Usa e accusata di aver fatto trasferire il capo della Polizia del suo Stato perché inviso alla sorella. Evidentemente, per i quotidiani e i tg italiani, i trasferimenti familistici del governatore dell’Alaska contano più di quelli del presidente del Consiglio italiano.
Black out pressoché totale, nella cosiddetta informazione italiana, anche al momento dell’ordinanza di archiviazione: per la prima volta nei quindici anni della sua carriera politica, il Cavaliere ha rinunciato a vantare un suo proscioglimento e a polemizzare con i pm che l’avevano avviato (forse perché, stavolta, non si può proprio lamentare di nulla). Silenzio di tomba anche dal folto battaglione di avvocati, ufficiali e d’ufficio. E giornali e telegiornali non hanno dedicato al provvedimento del Tribunale dei ministri neppure una riga, a parte «l’Unità» (dove se n’è occupato ampiamente, in assoluta solitudine, uno degli autori di questo libro). Forse perché i giudici non hanno potuto non scrivere nell’archiviazione che è risultata provata almeno la «stretta relazione intrecciata» dal Cavaliere con la bella Virginia.

Ma l’inerzia giudiziaria e la censura mediatica ferreamente applicate al caso Sanjust non riguardano solo gli addetti ai lavori. Quello che è accaduto a Federico Armati in un settore delicatissimo come i servizi di sicurezza potrebbe accadere a molti altri. Ed è una «prova su strada» di come il silenzio e la censura, o l’autocensura, amplifichino il potere incontrollato del Sultano di Arcore. Gli uomini del presidente possono avvalersi di un’assoluta discrezionalità nei trasferimenti degli agenti segreti, ben sapendo che nessun controllore istituzionale, né tantomeno la stampa o la magistratura, andrà a sindacare con la dovuta attenzione i loro comportamenti border line. Senza contare che il caso Berlusconi- Sanjust svela anche il «lato B» delle avventure del Cavaliere di Hardcore. «Le conseguenze dell’amore», direbbe il regista Paolo Sorrentino.

Triste epilogo di un abuso
Passato il ciclone Berlusconi, la famiglia Armati-Sanjust ne è rimasta travolta e, a oggi, non ha ancora ritrovato un suo equilibrio. Federico Armati è ancora in forze al Cesis (ora denominato Dis) ma non è più utilizzato per attività operative. Come agente segreto è «bruciato» e si trova nella grottesca situazione di dover lavorare per un servizio che dovrebbe essere fedele al premier che lui ha denunciato e che considera il responsabile delle sue disgrazie. Virginia vive in condizioni ancor più difficili. Alla fine del 2004 ha deciso (secondo il marito, su consiglio di Berlusconi) di lasciare il lavoro alla Rai. La sua personalità fragile, privata dei due punti fermi che la sostenevano – il lavoro e il figlio, sempre affidato al marito – è entrata in profonda crisi. I continui regali e l’enorme disponibilità di denaro che Berlusconi le ha offerto per anni non le sono stati di aiuto. Anzi. Le più svariate sètte religiose hanno preso ad aggirarsi come avvoltoi intorno a questa ricca e debole signora, nella speranza di spillarle soldi e favori. Lei, Virginia, s’è avventurata in lunghi viaggi in templi più o meno esoterici. Nel novembre del 2004 è in Piemonte, in Val Chiusella, al tempio di Damanhur. Nella primavera del 2005 è a Middletown, in California, per seguire la costruzione di un altro tempio. La casa di Campo de’ Fiori che Berlusconi aveva acquistato per lei s’è trasformata nella sede romana di un’altra sètta, quella del santone Ratu Bagus. Nelle stanze che hanno visto crescere il figlio di Virginia e Federico, si installano strani tipi che applicano la tecnica dello «shaking» e si aggirano ballando e masticando foglie energizzanti, come predicato dal santone balinese. Nell’estate del 2008 Virginia viene avvistata mentre vaga per le campagne di Bali. Le continue iniezioni di denaro e il sostegno legale (anche con l’ausilio dello studio Ghedini) la inducono a intentare una mezza dozzina di cause contro il marito, rovinando definitivamente i rapporti tra due coniugi che, comunque, hanno un figlio da crescere insieme. Il 12 luglio 2007 i giudici affidano definitivamente il bambino al padre e questo è per Virginia un altro trauma difficile da assorbire. Un duro colpo, che va a incidere pesantemente sulle sue già precarie condizioni di salute.