In Italia lo schifo trionfa nelle istituzioni e tracima dalle televisioni attraverso immagini e parole indegne di far parte anche del più scadente ambito di degrado sociale in un caos mentale e morale in cui nulla è certo e tutto è lecito. Sono assenti le voci più importanti e autorevoli dei magistrati, fondamentali in uno Stato regolato dal diritto e non da un uomo solo al comando, e di esponenti della cultura non solo accademica, scrittori, autori, registi, artisti italiani. Assenza dovuta non sempre a latitanza per la oggettiva difficoltà a far sentire la propria voce attraverso i mezzi di comunicazione di massa, quasi totalmente asserviti agli interessi dei padroni di testate giornalistiche e reti televisive.

Sponsorizzato dai più alti vertici delle istituzioni si è affermato il luogo comune che i magistrati devono tacere, subire, morire, alla faccia di chi ha dedicato momenti che sapeva esser terminali ad incontri pubblici ovunque fosse possibile. Memorabili le dichiarazioni di Paolo Borsellino contro la malafede politica e le partecipazioni di Giovanni Falcone agli show televisivi che ci hanno lasciato insegnamenti e documenti altrimenti assenti nel nostro patrimonio civile e morale! Rari, ma chiari anche se disperati, gli appelli rivolti dagli ultimi irriducibili grandi vecchi (l’età talvolta conferisce autorità) come Andrea Camilleri, Umberto Eco, Mario Monicelli, che senza ambiguità chiamano le cose con appropriate denominazioni.

E qui sta il cuore di un disastro che è innanzitutto intellettivo, come attestano sintomi inequivocabili di una corruzione ben più drammatica di quella tangentizia: l’aver lentamente, ma inesorabilmente stravolto archetipi su cui si fonda l’umana convivenza. Si è fatto credere che la vita privata possa essere messa in piazza e ai voti di improvvisate giurie televisive cui sono affidate decisioni e comportamenti attinenti alla sfera più personale ed intima, salvo poi invocare privacy e riservatezza se si delinque… Come fosse il gioco delle tre carte si mescolano, si alterano e si invertono questioni inerenti la vita privata, la funzione politica e l’azione penale: in tal senso mister B. costituisce il top degli equivoci: inquadrato in politica è solo e da sempre fenomeno criminale.

D’altra parte si è ormai annesso all’ambito dell’evidenza nell’immaginario collettivo e nella generale considerazione il dato che costui goda di un consenso enormemente superiore a quello reale, facilmente calcolabile se si ha un minuto per usare un pallottoliere. Siamo arrivati così all’attuale cosiddetto sultanato (altra mistificazione che offende i veri sultani) pur essendo largamente maggioritaria la parte non asservita della popolazione di cui fan parte a pieno titolo minori, schede bianche e nulle e il grande partito del non voto. Si dirà che è il momento di mediocri e mignotte, ma, se si scherza per esorcizzare, si sottovaluta l’entità dei danni irreversibili prodotti al sistema e la precarietà che incombe su tutti coloro che si illudono di essere fuori da questa mostruosa bisca in cui si è trasformata l’Italia.

Certamente le Italie sono due, non il Nord e il Sud sbandierati dall’altro mister B., ma quella che reputa eroe Borsellino e gli altri caduti per lo Stato, e quella rozza e bieca dei cialtroni criminali oggi al vertice delle istituzioni italiane e dei loro sodali e sudditi d’ogni colore e latitudine.