L’Italia è tra i pochi paesi al mondo a non disporre di un’agenda digitale, ovvero di un piano economico e strategico per lo sviluppo di Internet. Per questo, 104 fra esperti, operatori e consulenti ict (information and communications technology) hanno deciso di creare agendadigitale.org e pubblicare il 31 gennaio sul Corriere della Sera l’appello “Diamo all’Italia una strategia digitale”, per chiedere alla politica di redigere entro 100 giorni un piano ad hoc “coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo Paese, operano in prima linea su questo tema”.

Puntare sulla Rete significa infatti produrre ricchezza e opportunità. Lo ha capito la Germania che con il progetto “Digital Deutschland 2015” prevede che la banda ultralarga potrò generare 1 milione di nuovi posti di lavoro. Lo ha capito la Francia, dove Sarkozy che ha stanziato 4,5 miliardi di euro per la cultura digitale. E lo ha capito la Spagna di Zapatero che entro il 2015 vuole investire nel settore il 4 per cento del Pil. In Italia, al contrario, il ministro delle Comunicazioni Paolo Romani ha addirittura deciso di ridurre da 800 a 100 milioni il budget da destinare al digital divide. I 104 firmatari dell’appello vogliono pungolare la politica per la creazione di infrastrutture tecnologiche, servizi per l’ebusiness e regolamentazione delle cittadinanza online.

“L’idea è nata tra amici, volevamo sensibilizzare senza proporci come un altro incubatore di proposte – spiega Marco Zamperini, tra i fondatori dell’iniziativa – Finora hanno aderito oltre 13mila persone e quasi 8mila su Facebook. Il nostro è un messaggio simbolico, lontano dalla strumentalizzazione dei partiti e volto a raccogliere consenso”. “Il ritardo del nostro paese è lampante – prosegue Massimo Mantellini, blogger ed esperto di nuove tecnologie, che ricorda la freddezza con cui l’appello è stato accolto a Palazzo Chigi – Il ministro Romani l’ha percepito come un’ingerenza esterna. Brunetta si è detto invece disposto a collaborare, ma siamo fermi alle parole”. I firmatari, però, non avanzano l’ipotesi di un tavolo di trattativa con le autorità. “Rispettiamo il primato della politica. Il potere legislativo non è nelle nostre mani ed è chi ci rappresenta a dovere sviluppare i progetti. Chiediamo soltanto che si affrettino a creare un piano concreto, a riempire di contenuti la nostra proposta”.

C’è anche chi vede in agendadigitale.org un subdolo tentativo delle grandi aziende di fare business visto che annovera tra i firmatari Franco Bernabè (Telecom Italia), Paolo Bertoluzzo (Vodafone), Luigi Gubitosi (Wind), Stefano Parisi (Fastweb) e Corrado Sciolla (BT Italia). “E’ possibile fare dietrologia, ma qui non c’è lobbying – garantisce Mantellini -. Non hanno aderito le aziende, ma le singole persone. In più, è da mesi che i colossi tlc litigano col governo per la banda larga, ragione che fuga ogni dubbio”, conclude. “Non vedo una condotta opaca, anche se il ministro Romani si è lamentato del presunto doppiogiochismo di chi prima si siede al tavolo con lui e poi firma l’appello. E quindi? Non c’è alcuna contraddizione”, incalza Guido Scorza, avvocato esperto di diritto digitale. Ma la reazione di Romani non si è limitata a questo: infatti, due giorni dopo il lancio sul Corriere, sul sito del Ministero è stato pubblicato un pdf con il “Piano digitale” del governo. Il comunicato che lo annunciava portava la data del 15 dicembre ma il pdf è stato creato il 2 febbraio. Il Ministero voleva dimostrare così di avere già elaborato una strategia per il Web prima di agendadigitale.org. Peccato che bastasse confrontare le date per smentirlo.

“Credo ci sia una correlazione temporale, ma quanto pubblicato da Romani riguarda solo la banda larga – prosegue Scorza. – Nell’agenda digitale noi parliamo anche di proprietà intellettuale, libertà di informazione e sviluppo di servizi e infrastrutture”. Secondo le linee guida fornite dall’Unione Europea, l’Italia avrebbe dovuto presentare l’agenda alla fine del 2010, ma nulla è accaduto. Tuttavia, anche se non incorreremo in alcuna procedura di infrazione, il termine ultimo è fissato per il 2012. E se per il Ministero delle Comunicazioni fosse già tutta contenuta nel pdf online? “Mi auguro che il testo definitivo non sia quello, che è parziale e limitato” – conclude Scorza – Andrà concertato insieme ad altri ministeri, dalle Attività produttive e ai Beni culturali”.