Gianfranco Fini si è ripreso “quel che di buono c’era” nel Pdl. Ha rivendicato la paternità di An dei valori fondativi del partito e li ha portati, uno a uno, in Futuro e Libertà. E così ha sfidato Silvio Berlusconi: “E’ diventato premier anche grazie ai milioni di voti che venivano dall’accordo politico che Alleanza nazionale fece con Forza Italia. Allo stesso modo io sono diventato presidente della Camera grazie ai voti dei parlamentari eletti che i voti di Forza Italia. Faccio una proposta: io sono disposto a lasciare la presidenza della Camera se il presidente del Consiglio è disposto a dimettersi per tornare a chiedere l’opinione degli elettori, per tornare al voto popolare”.

In un’ora e mezza di comizio Fini è riuscito a sciogliere i dubbi sulla natura politica di Fli, chiarendo che è il nuovo “vero centrodestra d’Italia”; ha azzerato gli scontri tra falchi e colombe, che nei primi due giorni di assemblea si erano acuiti sulla possibile nomina di Italo Bocchino a coordinatore; e ha indicato chiaramente l’obiettivo elettorale: “Parliamo a tutti ma in particolare ai tanti delusi del Pdl che stanno aprendo gli occhi e si sentiranno traditi”. Quanti scoprono che “il Pdl ha a cuore solo le cose che interessano Berlusconi e non quelle che interessano gli italiani. Pensano di poterci togliere l’aria dicendo che siamo diventati di sinistra, non è vero, i nostri valori non sono cambiati, sono gli stessi che avevamo quando siamo entrati nel Pdl. È il Pdl che ha distrutto questi valori e li ha resi ridicoli”. Per questo, ha spiegato Fini, è nato Futuro e Libertà. “Creare Fli era l’unica strada che avevamo per non ammainare la bandiera che avevamo alzato del Pdl. È un atto di coerenza verso i principi e i valori del Pdl; di un Pdl grande e plurale schieramento di centrodestra. Il nostro sogno è di realizzare quello che doveva essere il Popolo della Libertà e che poi non è stato. Si deve però constatare amaramente che quel progetto è fallito”.

Un discorso programmatico, quello di Fini, più che un intervento di chiusura dell’assemblea costituente che ha sancito la nascita del partito di Futuro e Libertà e lo ha eletto all’unanimità presidente di Fli. Si è immediatamente sospeso perché, ha spiegato Fini, “non posso esercitare contemporaneamente il ruolo politico e quello di presidente della Camera”. Incarico che però si dice disposto a lasciare. A condizione che anche il premier si dimetta. “Io sono disposto a lasciare la presidenza della Camera se il presidente del Consiglio è disposto a dimettersi per tornare a chiedere l’opinione degli elettori, per tornare al voto popolare. Ma non illudiamoci, Berlusconi non lascerà la sua poltrona. Troverà sempre qualche disponibile spacciandolo per responsabile per andare avanti”.

In funzione “dell’alibi” della sovranità popolare. Ma, ha avvisato Fini, “la sovranità popolare non significa impunità, non significa infischiarsene della Costituzione, non significa essere al dì sopra della legge. Neanche se si è eletti con il 99,9% dei voti. È molto doloroso vedere che per certi comportamenti che non hanno a che fare con la politica – ha aggiunto – siamo diventati lo zimbello di tutto l’Occidente e non solo dell’Occidente”.

Tra gli applausi Fini ha così condiviso le parole del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. “Siamo in una fase in cui c’è sempre più il rischio di uno scontro tra istituzioni. Ci si dimentica che il primo dovere è quello di rispettare la ripartizione dei poteri”, dice Fini. “Se il Capo dello Stato – aggiunge – ha chiesto di abbassare i toni lo ha fatto perché credo che sia evidente che se vogliamo evitare un corto circuito tra le istituzioni non possiamo commettere l’errore di alzare i muri. Se i ministri della Repubblica dicono che i primi che devono abbassare i toni sono i magistrati è di tutta evidenza – osserva ancora Fini – che c’è un approccio che non può portare ad alcun tipo di raffreddamento. La politica non può attaccare frontalmente la magistratura. I magistrati non fanno comunicati, fanno indagini e se sbagliano pagano. Così si vuole aizzare lo scontro”.

Nel suo lungo intervento Fini ha anche criticato la riforma del federalismo fiscale e la Lega Nord “che viene assecondata anche da ministri del Pdl sulla questione dell’Unità d’Italia. È evidente che ormai Umberto Bossi è il vero deus ex machina del governo, Berlusconi si arrabbia quando lo sente ma è la verità”. Per il presidente della Camera la riforma federalismo è “una riforma sciagurata che aumenta le tasse, in particolare quelle comunali. Da anni poi il governo promette una riforma fiscale generale ma la verità è che a parte qualche video messaggio e qualche spot non viene fatto nulla. Al contrario la pressione fiscale è aumentata”.

Una volta indicata la strada, ricordati i valori, definita l’identità del partito e convinto i suoi di essere l’unico leader indiscusso ha freddato gli animi e azzerato le polemiche sulle nomine. Era atteso il nome di Italo Bocchino come coordinatore nazionale. Andrea Ronchi ha rinunciato alla proposta di fare il portavoce, incarico poi offerto ad Adolfo Urso che però avrebbe preferito diventare capogruppo alla Camera. Aspirazioni che hanno dato vita a forti contrasti, limati durante incontri fiume andati in scena nei primi due giorni di assemblea costituente. Alla fine le nomine arrivano: Bocchino vicepresidente, Urso portavoce mentre il nuovo capogruppo alla Camera sarà a sorpresa Benedetto Della Vedova. Una decisione su cui Urso e Viespoli si dicono “sconcertati”. Domani i due esponenti di Fli dovrebbero incontrarsi assieme anche ad altri ‘scontenti’ per decidere cosa fare visto che tra le ipotesi circolate c’è anche quella di un possibile addio al partito.