Mettiamo subito le carte in tavola: il termine autore perde di senso ogni giorno che passa. Risulta almeno bizzarro, infatti, che un cineasta su due appartenga a quest’aurea categoria quando le pellicole in giro si somigliano sempre di più: un regista-autore non dovrebbe avere una visione unica e riconoscibile come sua esclusiva? C’è qualcosa di esoterico nel funzionamento della parola stessa. Autore.

Leggete una recensione, più o meno professionale, una schedina su un quotidiano o una frase di lancio su una locandina: siamo circondati dagli autori. Uno potrebbe abitare nel vostro stesso palazzo o sedervi accanto sull’autobus che prendete per andare al lavoro. Se vi lascia fare potreste anche aggettivargli il cognome, del resto parlate già di donne felliniane e di tensioni hitchcockiane…

Gran parte della colpa dell’invasione degli ultra-autori è di chi scrive di cinema, degli entusiasmi dell’ultima ora e della moda del momento. Non sono pochi i supposti geni che ci perdiamo per strada, anno dopo anno più distanti da quei “veri” autori che tornano ciclicamente a bussare alla nostra attenzione e quasi ci impongono nuove visioni dei loro film, finendo con l’illuminare a contrario marchiani errori di valutazione.

Ma la responsabilità è anche di chi il cinema lo fa. Sono sempre di più i cineasti che pretendono la dicitura “un film di” prima di ogni altro credit. C’è chi fa un cortometraggio di venti secondi e pensa solo a griffarlo con una firma che firma non è. De Sica non lo faceva. E neanche Rossellini. Preferivano avere il nome sotto alla parola “regia”, prima che il film iniziasse.

In definitiva, sembra che solo il regista conti. Per quanto concerne le molte altre personalità – produttori, operatori, montatori – che contribuiscono alla riuscita di ogni pellicola, la riflessione critica è ferma ai Lumière. E qui la colpa è ancora nostra. Lo sceneggiatore è rispettato sì, ma sempre con un certo distacco, per non parlare dell’attore poi, che è al centro di una contraddizione enorme. E’ il più fotografato durante le passerelle perché fa vendere i giornali, ma per quelli che se ne intendono non è che un fuoco di paglia, il trascurabile fenomeno che precede l’entrata dell’unica persona rilevante: l’autore ancora una volta, che cammina distaccato e parlotta, da vero amico, col direttore del festival.

Concentrandosi solo sul regista, che sia un mestierante, un autore o un super-autore, la critica rischia un punto di vista unico, celibe. Detto questo, come resistere alla gioia e all’automatismo di leggere Black Swan, il nuovo potentissimo Aronofsky, alla luce delle passata filmografia, indicando affinità, divergenze, rotture? La collusione con tale approccio è ormai totale?