Il Presidente del Consiglio dei Ministri sta dettando le ultime direttive alla sua coorte pretoriana. Ordini che non riescono più a sortire effetti. I pretoriani sono smarriti, si guardano intorno, cercando un appiglio, una strada che li porti fuori da una spirale che si avvolge su se stessa. Cercano tra i codici, tentano l’invenzione di una legge che, per l’ennesima volta, faccia il miracolo. Si tenta l’ennesimo bluff mediatico, per spostare l’attenzione. Corre in soccorso persino Giuliano Ferrara che mette insieme una sorta di baraccone, che vede insieme Pietrangelo Buttafuoco e Iva Zanicchi, avvolti in un turbinio di mutande nel teatro che accolse il verbo di Marinetti prima e di Mussolini poi e che, oggi, finisce per materializzare l’assunto secondo cui la storia si ripete, la prima volta sotto forma di tragedia, la seconda di farsa. Persino il salvifico ricorso alla piazza resta senza risposta: a far la cagnara sotto Palazzo di Giustiza si è ritrovata solo una sparuta e patetica pattuglia, sbeffeggiata dai passanti.

Il Re non è più soltanto nudo, adesso comincia anche a diventare solo. Ancora attorno ha una folla, che però comincia a guardarsi intorno alla ricerca di una personale via di fuga. Abbiamo già visto la scena nel 1992. Dopo le monetine dell’Hotel Raphael, Craxi si ritrovò in pochissime ore ad essere un uomo solo. Abbandonato da tutti in un precipitoso si salvi chi può. Accadrà anche a Berlusconi? E’ possibile, ma non è un finale scontato.

Il tema, che ho sollevato in un precedente post, è quello che riguarda cosa metterà in campo il presidente del Consiglio. In quell’intervento mi soffermavo su quelli che potevano essere gli scenari relativi a uno scontro tra i poteri dello Stato senza precedenti nella storia unitaria. Ebbene molti degli elementi di questo scontro sono già attivi. Ma non solo. Vi sono altri aspetti che andrebbero valutati con attenzione e sono aspetti che attengono al ruolo che stanno avendo in questi giorni, in queste ore, apparati dello Stato.

Le irruzioni negli uffici del Palazzo di Giustizia di Milano ci dicono che qualcuno cercava qualcosa dentro le stanze dei magistrati che lavoravano su questioni che direttamente o indirettamente riguardano l’interesse di Silvio Berlusconi. Una delle irruzioni è avvenuta in uno spazio di tempo nel quale ufficialmente nulla si sapeva dell’esistenza d’inchieste che coinvolgessero il premier.

Chi erano questi ignoti che si sono introdotti a Palazzo di Giustizia? Per chi lavorano? Sono le domande che si stanno ponendo in molti in queste ore. Non voglio elencare ipotesi e snocciolare teorie su cosa cercassero questi presunti ladri. E’ fin troppo chiaro. Cercherò solo di mettere in fila alcuni elementi.

Silvio Berlusconi ha una sua polizia privata, una sua scorta personale, che si affianca a quella istituzionale. Fonti di intelligence spiegano che si tratta di un gruppo di persone fidate, che arrivano direttamente dalla security della Fininvest e che, senza soluzione di continuità, sono transitate nei ruoli dei servizi segreti italiani. Chi sono questi uomini? A chi rispondono? Chi dà loro ordini? I vertici dei nostri Servizi Segreti sono in grado di dire al Paese che hanno tutto sotto controllo? Dai ranghi della security del biscione agli apparati di intelligence della Repubblica sono transitati solo i “gorilla” della scorta o anche altri soggetti? E soprattutto, che ruolo hanno queste barbe finte private in una serie di fatti che hanno riempito le pagine dei giornali, o meglio di certi giornali.

Alla luce di quello che sta avvenendo, viene da chiedersi chi abbia confezionato certi scoop. Chi abbia costruito carte, poi rivelatesi – dopo aver sortito il loro effetto – assolutamente false. E ancora, chi ha messo insieme documenti, più o meno autentici, raccogliendoli per mezzo mondo, per costruire attacchi virulenti agli avversari politici del Premier o semplicemente a chi osava fronteggiarlo? Hanno lavorato solo i “segugi” di Feltri, Belpietro e Sallusti? Sono stati sprovveduti pennivendoli a mettere insieme quei dossier, o sono stati dei professionisti e non certo professionisti dell’informazione? Forse qualcuno, nella sonnolenta sala del Copasir, qualche domanda su tutto questo dovrebbe cominciare a porsela.