Nei giorni scorsi il Tg di Rai 1 ci ha fornito l’apprezzabile sequenza di Giuliano “Mangiafuoco” Ferrara preceduto dal “cicisbeo rosso” Piero Sansonetti a dire le stesse identiche cose sul Rubygate: neopuritanesimo… sinistra moralista e bigotta… così Silvio Berlusconi vincerà sempre… Nient’altro che lo scoperto arrabattare quale ennesimo diversivo per distrarre la platea, mentre gli scenografi del reality che continua da quindici anni si apprestano a fare il cambio di set (visto che in quello attuale il Capo non fa propriamente una bella figura).

Ma se la palese malafede nella performance del super consigliere fraudolento Ferrara (variazione intellettuale sul tema cameriere-zombi, di cui parlavamo la scorsa volta) è del tutto riconoscibile, data l’alta tracciabilità della sua traiettoria politico-biografica, merita un supplemento di attenzione quella (crittata) del Sansonetti. Anche perché indizio, a fianco del personale berlusconiano di condizione scopertamente servile, della presenza di un’altra genia; anch’essa responsabile della lunga durata del vigente regime cesarista e massacratore di democrazia, nelle modalità di un peronismo soft: quella degli ausiliari sotto mentite spoglie.

Magari per arrivare alla non certo peregrina conclusione che gli ausiliari hanno fornito un contributo alla berlusconizzazione della vita pubblica italiana persino più importante di quello dei camerieri. Opera di individuazione doverosa ma non facilissima, preso atto delle loro non trascurabili attitudini mimetiche; alla costante ricerca di non fornire mai riferimenti certi all’interlocutore di parte avversa.

Chi ha letto il dialogo non troppo amichevole tra il sottoscritto e un altro di questi “ausiliari” quale l’ex direttore del Corriere della Sera Piero Ostellino, pubblicato sull’ultimo numero di MicroMega attualmente in edicola e libreria, ne ha potuto ricavare una riprova flagrante. La tecnica è sempre la stessa: quella di sviare la propria collocabilità negando sistematicamente. Negare, negare, negare. Anche davanti all’evidenza, come un coniuge fedifrago colto sul fatto. Tu gli chiedi: “Ma lei non ha scritto che Berlusconi è un liberale, non ha dichiarato che grazie a lui si sono risolti in un batter d’occhi i problemi del terremoto in Abruzzo e la spazzatura napoletana?”. E quello ti risponde soavemente: “Mai stato berlusconiano. Certo è un affarista, ma in una società liberale non si può certo impedire la libertà di fare affari”. Al che ti cadono le braccia e solo per disperazione gli replichi che farsi gli “affaracci propri” in quanto presidente del Consiglio, magari in una posizione limitrofa alla criminalità organizzata, non rientra propriamente nel modello di governo liberaldemocratico correttamente inteso…

Perché affermo che questi “ausiliari” sono ancora più perniciosi dei camerieri? In quanto contribuiscono da par loro all’operazione di trasformare la realtà in finzione, punto cardine dell’egemonia berlusconiana. Perché lavorano da agenti certificatori di una “normalità” mistificata, che sfuma nell’indistinto la “straordinarietà” clamorosa e indecente in cui l’Italia è costretta a languire; che ci confina ai margini della civiltà democratica e dei Paesi che in essa continuano a riconoscersi.

Una responsabilità spaventosa, soprattutto per tizi sussiegosi, che pretenderebbero di circondarsi nell’aura prestigiosa dell’indipendenza culturale.

Sicché, mentre l’altra volta si poneva il problema di tracciare gli itinerari umani dei berluscones voltagabbana, ora s’impone lo smascheramento intellettuale dei fiancheggiatori sotto traccia. Magari cercandoli anche nel fronte opposto.

Per ora – a titolo di esempio – vale la pena di concentrarsi sugli ausiliari/fiancheggiatori che hanno trovato la propria autorevole tribuna nella milanese via Solferino, sede del Corriere della Sera. Diventandone perfino gli opinionisti-principe (il loro predecessore Luigi Einaudi deve proprio rivoltarsi nella tomba…). Due nomi a caso: Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco (anche se è difficile dire se qui si tratta di due gemelli alla Bibì e Bobò o di un solo personaggio con doppio pseudonimo). Nel 1994 l’ineffabile coppia scriveva alternativamente: «Berlusconi, un monopolista per meriti craxiani della televisione commerciale» (AdG); «ammesso che uno schieramento liberale si formi, l’ingresso di Berlusconi legherebbe troppo strettamente le sorti della sua azienda e quelle dello schieramento di cui andrebbe a fare parte» (AP).

Così scrivevano. E ora li ritrovi a fianco dell’impareggiabile Ostellino nel magnificare le canzonatorie “rivoluzioni liberali” berlusconiane.

Morale, grattate il fiancheggiatore/ausiliario e troverete la Quinta Colonna.