Dopo il grande successo dell’operazione Alitalia con la parte sana regalata alla cordata italiana e le perdite della “bad company” accollate ai piccoli azionisti e ai contribuenti, è venuto il momento della Fiat.
Nonostante la vittoria ai referendum di Pomigliano e Mirafiori, Marchionne persegue il disegno di lento, progressivo distacco dall’Italia.
E a questo punto il governo, che ha fin qui passivamente accettato, anzi favorito, i programmi di Sergio Marchionne, deve almeno far finta di intervenire.

Fiat dux et dux fuit

Dell’Alitalia dopo il gran successo
con la cordata che l’Air France fregò
a scapito dell’italiano fesso,
il qual fu l’unico che ci smenò,

è giunto della Fiat il gran momento.
Marchionne ben due volte ha già provato
a scappare veloce come il vento,
ma due volte il fasullo sindacato

l’ha fermato con due sofferti sì,
rinunciando a diritti e dignità
di chi, sol per mangiare tutti i dì,
decise in stato d’inferiorità.

Il manager col maglioncino blu,
sperando gli dicessero di no,
propose condizion da schiavitù,
ma il sì dei disperati lo fregò.

L’amicone di Sergio Chiamparino
persegue il suo progetto originale:
la direzione lascerà Torino
che diventa una mini succursale.

Persino Berlusconi si vergogna
e capisce che deve intervenire:
non certo per risovere la rogna,
ma solo per far finta di reagire.

E’ stato prontamente organizzato
un mega vertice a Palazzo Chigi
fra l’amministratore delegato
e Berlusconi, l’uomo dei prodigi.

In un bel bunga bunga finirà,
ciascun con le sue gnocche senza panni:
Sacconi e Letta per Papi papà
e, per Sergio, Angeletti con Bonanni.