C’è ancora fumo tra le sterpaglie. Sulla strada i globi luminosi dei lampioni, le macchine della polizia e dei carabinieri, i mezzi dei vigili del fuoco. Nei pressi della baracca, in quell’ammasso di cenere e avanzi carbonizzati, la polizia scientifica è al lavoro. Si fotografa, si registra, si classifica. I grandi lenzuoli bianchi coprono ciò che è insopportabile alla vista e al cuore. Le reflex dei reporter riescono a introdursi nel gruppo che è intorno alla madre, dove tutto è umidità e singhiozzi. Gli scatti sono violenti, testimoniano di un dolore accecante, antico come Dio, il dolore di una madre che ha appena perduto i suoi quattro figli, Raul Mircea, Fernando, Sebastian, Patrizia, il più grande undici anni, il più piccolo quattro, arsi nella baracca in cui dormivano.

I presenti sono tutte facce sconosciute al campo, rimangono zitti, immersi nella visione della donna che ripete come un mantra: “Voglio andare con loro”. A fare da controcanto c’è la voce del sindaco di Roma, appena arrivato nei pressi dell’insediamento, che invece vibra acuta e stridula, con qualcosa a metà tra l’irritazione e il panico. “Domani chiederò, urlando, al governo poteri speciali”, sbraita. Poi si dilegua nella notte, col suo carico di responsabilità prontamente scaricate, come si conviene a un politico di razza che, come tutti, ha diritto al riposo notturno e alla pace del sonno domestico.

Il resto della città, che è Roma, trascorre le ultime ore della domenica con quell’abituale lentezza un po’ meccanica che le è propria. L’indomani, su quelle sterpaglie imbacuccate nelle nebbie mattutine, sui resti di quell’apocalisse, ci sarà silenzio. La via Appia Nuova al contrario sarà invasa come ogni giorno da un fiume di macchine di pendolari che si riverseranno in città, uomini e donne che lasceranno le loro case per andare al lavoro, che accompagneranno i loro figli a scuola, che incontreranno i loro colleghi al bancone del bar davanti a un cappuccino caldo, tutte quelle cose che estendono lo spazio vitale delle persone, che rendono la vita, grazie a dio, un fatto normale.

A Roma non bisogna scavare per accorgersi subito di quello che vi si nasconde a malapena. Basta addentrarsi dove scorrono le vene della città per assistere allo spettacolo turpe di vite ammucchiate come immondizia, di tuguri di plastica e lamiera, di stamberghe amputate e scheletriche, di corpi umani avvolti alla bell’e meglio in vestiti sudici. Noi, a parte i nostri pregiudizi, lo stigma sociale che grava sul popolo rom, le politiche di segregazione attuate dalle istituzioni, la devianza minorile, di loro non sappiamo nulla. Ieri sera non sono morti quattro piccoli rom. Ieri sera sono morti Raul Mircea, Fernando, Sebastian e Patrizia. Ce lo diranno i giornali, ce lo ripeteranno i tiggì. Ma è molto semplice, nella nostra testa è come se tutto ciò fosse successo in un altro mondo, o come se non fosse mai accaduto.