“Il federalismo è un processo di unificazione progressiva di Stati che erano sovrani verso un unico Stato gestore”. Elementare, no? Quindi l’intesa bipartisan ormai ventennale, in base alla quale si usa e si intende il termine “federalismo” per indicare esattamente il suo opposto (processo di divisione di uno Stato unico e sovrano), che cos’è? Un malinteso? Un generale abbaglio? Un imbroglio? Di certo, per le conseguenze istituzionali, politiche, culturali, sociali ed economiche che ha avuto, che ha e che forse avrà ancora, non si tratta solo di un fatto linguistico e di un ribaltamento di significato. Anche perché – è appena il caso di ricordarlo – l’uso di quel termine, quell'”obiettivo” politico e, in ricaduta, la formazione di certe maggioranze parlamentari (anche di centro-sinistra), il varo di certe leggi, la nomina di certi ministri, l’azione di certe Regioni, ecc. ecc. hanno origine e alimentano fenomeni di egoismo territoriale (sino alla esplicita “secessione”), di asocialità, di razzismo e di qualunquismo anti-istituzionale.

Chi è stato a pronunciare quella semplice, quasi ovvia eppure illuminante frasetta, nel marasma di questi giorni, mentre la Lega Nord si apprestava a festeggiare il varo definitivo dello sfederalismo? Forse la sinistra nazionale? La destra nazionalista? I deputati e i ministri meridionali? Il presidente della Repubblica (che nell’occasione, almeno, ha opposto un ostacolo “procedurale” all’irresistibile marcia degli sfederatori)? No, è stato il presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo, che pure di professione (e di funzione) non fa il politico, né lo storico, né il politologo, né il commentatore politico, né il linguista. Lo ha fatto quasi en passant – di sfuggita ma probabilmente di proposito – parlando da “vecchio docente di diritto costituzionale” del decreto sul cosiddetto “federalismo municipale” bloccato nella Bicameralina, riapprovato avventurosamente dal Consiglio dei ministri e stoppato da Napolitano.

Per De Siervo parlare di “federalismo municipale” – come ha imposto la Lega, come fa Tremonti e come fanno tutti gli altri, sinistra compresa – è una “bestemmia”, un “abuso linguistico”: come dire che “un pesce è un cavallo”. Quella approvata è una semplice “legge di autonomia finanziaria dei Comuni, una legge piuttosto vecchietta, visto che bisognava farla più di una decina d’anni fa”. Smontata l’egemone propaganda leghista, De Siervo ha aggiunto: “Lo stato federale è una cosa più seria, più grande e più complicata dell’autonomismo. Con il termine federalismo si spaccia ciò che è autonomismo degli enti locali. E questo è un abuso linguistico antipatico, perché la lingua è un fattore di unificazione”.

Certo, il Pd è meritoriamente occupato ora a far dimettere Berlusconi. E quando è guerra, è guerra. Non conviene irritare più di tanto Bossi, che potrebbe rivelarsi determinante per l’obiettivo… Ma la subalternità (tattica?) del Pd e di tutto il fronte repubblicano alle pretese “federaliste” (e scissioniste) della Lega è ormai antica. Vogliamo ricordare il gruppo costituito alla Camera che si intitolava esplicitamente alla “indipendenza della Padania”? Vogliamo ricordare la teoria sulla “costola della sinistra” di dalemiana teoria e pratica? Vogliamo ricordare il “federalismo” di Bassanini?

In un Paese serio, con una sinistra nazionale e una destra nazionale, comunque con una classe politica di cultura e costume repubblicano, si dovrebbe creare un cordone sanitario attorno ad una forza e ad una pulsione come quella leghista, in grado di isolarla e di neutralizzarla. Invece, all’opposto, si è fatto a gara nello spupazzarsela e nel contendersela, elevandone a dismisura il potere contrattuale e nutrendone la crescita. Probabilmente anche in questo risolutivo passaggio del berlusconismo non sarebbe necessario allisciare il pelo a Bossi, considerando che l’attuale maggioranza Pdl-Lega è ormai alle strette, che Berlusconi appare comunque al tramonto, che Bossi ha un tale spregiudicato e rozzo cinismo che pur di sopravvivere farebbe di suo altri ventidue salti della quaglia, e che comunque alla fine su tutto potrebbe prevalere – e forse sta prevalendo – la logica delle sanzioni (anche economiche) previste per il senatur nel patto sottoscritto davanti al notaio con il Cavaliere.

Ma quel che conta è che – tattica a parte e comunque a risultato acquisito dello scontro frontale in atto col berlusconismo – questa volta si ricominci senza i devastanti equivoci e la torbida ambiguità che hanno consentito la crescita in Italia di una forza come la Lega (non a caso oggi l’ultimo, estremo puntello del berlusconismo). Cominciando a chiamare le cose con il loro nome, come sollecita a fare De Siervo. Opponendosi alla distruzione dell’unità istituzionale e, per intanto, culturale, sociale ed economica nazionale, e comunque non facendola passare per “federalismo” (costringendo il buon Cattaneo a voltarsi e a rivoltarsi nella tomba, insieme a Mazzini e Garibaldi, in occasione del 150° anniversario dell’Unità D’Italia). E lavorando seriamente perché tutte le forze politiche stabiliscano un patto repubblicano, basato sui principi fondamentali della Costituzione. Primi fra tutti, quelli dell’unità nazionale e della solidarietà.