Il Cairo – Al Cairo le violenze continuano. E la sensazione è che, almeno a sassate, i manifestanti anti-Mubarak siano più forti. Si continua a combattere nella capitale egiziana. Il lato est di Piazza Tharir è un campo di battaglia. I sostenitori del Raìs ed i criminali assoldati per scontrarsi dal partito al governo non mollano. Ma quelli che vanno in prima linea sono visibilmente meno che dall’altra parte. La Piazza riesce a respingere gli assalti che arrivano dai ponti per tutta la mattinata. Poi, al grido di “Allah akbar” (“Dio è il più grande”, ndr), parte l’offensiva. I militari spostano i blindati, le sassaiole coprono il cielo. Vola qualche molotov. La Piazza avanza velocemente, i sostenitori del regime indietreggiano e il grande ponte 6 Ottobre è preso d’assalto e conquistato. I mezzi incendiati della polizia che formano le barricate vengono spostati sempre più avanti.

Ma gli scontri non si fermano. Da sopra il ponte si vedono uomini con le giacche di pelle e le radioline in mano. È la polizia senza divisa che impartisce ordini ai sostenitori del Raìs. Alcuni giovani riescono a catturarne uno e viene subito preso a calci e pugni. La folla, inferocita, lo porta verso il quartier generale, in Piazza Tharir. Gli vengono sequestrati documenti e un coltello. Altri criminali assodati per la battaglia vengono catturati. Anche a questi sono ritirati i documenti e chiusi in una stanza dietro alla moschea. Le voci, nella piazza, raccontano anche che alcuni di loro hanno confessato di essere stati ingaggiati dal Partito Nazionale per combattere.

La giornata è difficile anche per la stampa. La caccia al giornalista, tra i sostenitori di Mubarak, è ovunque. Era chiaro già da ieri, quando i seguaci del Raìs, mentre filmavo gli scontri in piazza, mi hanno preso a calci e strattonato per sottrarmi la videocamera. Salvato da alcuni ragazzi che mi hanno aperto il portone di un palazzo sulla piazza, ho passato oltre un’ora nell’atrio, con altri due colleghi, prima di poter uscire. Nel pomeriggio i telefoni iniziano a squillare insistentemente. Tra colleghi si cerca di capire chi c’è all’Hilton. Le squadriglie pro-regime lo stanno assediando alla ricerca dei media. Una collega che si trova all’interno, che riesco a raggiungere per telefono, mi racconta che la sicurezza dell’hotel ha preso in consegna macchine fotografiche e videocamere per evitare problemi. Sotto ci sono parecchie persone che urlano.

È difficile passare inosservati al Cairo. Camminare fuori dalla piazza è rischioso. Nelle vie che si avvicinano alle entrate è pieno di picchiatori. Strattonano gli stranieri senza motivo. Giornalisti e non. Hanno in mano bastoni e coltelli. Giornalisti che arrivano sul luogo degli scontri raccontano di essere stati aggrediti appena scesi dal taxi vicino al ponte dei leoni, dalla parte opposta. Si parla di altri giornalisti arrestati nelle strade adiacenti dalla polizia segreta. Dal tetto di un hotel partono colpi di arma da fuoco. I cecchini iniziano a sparare sulla folla. Al telefono una collega mi dice che c’è uno straniero tra le vittime. Picchiato a morte dei miliziani fedeli al presidente. Il numero di egiziani feriti non si conta. L’esercito, con le mitragliatrici dei carri armati spara in aria. Cerca di riportare la situazione alla normalità, senza riuscirci.

Altri hotel vengono assaltati al calare del buio. Dove mi trovo con altri colleghi, a qualche centinaio di metri da piazza Tharir, la reception ha blindato la porta dell’entrata con pannelli di metallo. Ci è stato chiesto, per la nostra sicurezza, di tenere le luci spente e non avvicinarci alla finestra. Dalla piazza sotto si sentono le grida dei fan del Raìs e qualche sparo. I letti sono stati spostati contro la porta. Anche i media sono nel mirino.

di Andrea Bernardi