Cresce ancora il prezzo del petrolio con il Brent londinese a guidare il trend. Dai 102,18 dollari pagati nella capitale inglese ai 91,61 di Wall Street, i futures (contratti differiti di acquisto) sull’oro nero continuano a crescere di valore. E la preoccupazione, per quanto al di sotto del livello di guardia, segue a ruota. Due giorni fa il barile di greggio scambiato a Londra ha sfondato al rialzo la mitica soglia dei 100 dollari facendo registrare così il prezzo unitario più alto degli ultimi 28 mesi. Un traguardo importante sul cui raggiungimento, com’era prevedibile, non si è fatta attendere la spiegazione più logica: tutta colpa (o merito, se la vedete dal punto di vista dei Paesi esportatori) della crisi egiziana e del suo impatto sul mercato. Tecnicamente la risposta è giusta, visto che l’incriminata quota a tre cifre era nell’aria da un po’ e il mercato dei futures non sembrava aspettare altro all’infuori dell’ultimo e decisivo stimolo al rialzo. Ma da qui a prevedere la catastrofe, tuttavia, ce ne passa eccome. E questa, almeno per ora, è certamente la notizia migliore.

La domanda, inquietante per antonomasia, si era imposta già nei giorni scorsi, quando cioè si era cominciato a pensare che il regime di Hosni Mubarak fosse ormai giunto ai titoli di coda (ipotesi sempre valida oggi, con il presidente in sella ma non si sa ancora per quanto): che cosa accadrebbe se un tumulto rivoluzionario provocasse la chiusura del canale di Suez? Le repliche catastrofiche hanno trovato spazio e seguito. Eppure, negli ultimi due giorni, l’allarme sembrerebbe rientrato del tutto o quasi. A gettare acqua sul fuoco degli analisti ci ha pensato lunedì il Financial Times, che ha vagliato gli elementi a disposizione per poi escludere l’ipotesi di un impatto di breve periodo.

In sintesi, sostiene il quotidiano britannico, la chiusura del canale sembra al momento una mossa troppo rischiosa da parte del Cairo nonché una strategia alla quale, per adesso, non sembrano credere i diretti interessati: basta pensare, ad esempio, che i premi richiesti dal colosso Lloyds per assicurare i carichi navali in transito tra il Mar Rosso e il Mediterraneo sono rimasti invariati. I tumulti egiziani, conclude il giornale della City, non rappresentano oggi un sostanziale fattore di crescita per il valore del Brent. Come a dire che l’allarme, almeno per adesso, può essere messo in standby. Ma se la prospettiva si allarga al lungo periodo, il discorso cambia radicalmente.

Nel corso della guerra tra Israele e Libano, nell’estate 2006, il prezzo del barile si impennò bruscamente passando da 60 a 80 dollari nel giro di poche settimane. Un esempio inequivocabile di come il mercato sia sempre pronto a reagire violentemente ogni volta che la tensione in Medio Oriente va incontro a un’escalation. Il problema è che, ad oggi, la crescita dell’instabilità dell’area appare piuttosto probabile. Tanto più che alle speranze di caduta del regime di Mubarak, si affiancano le fondate paure di un’ascesa dell’islamismo radicale nei palazzi del potere del Cairo. “L’esperienza recente di ‘democrazia’ e ‘libere elezioni’ in Medio Oriente – ha scritto ieri il docente della Stern School of Business di New York (e noto guru della crisi) Nouriel Roubini – è stata deludente: la rivoluzione iraniana ha condotto alla formazione di un regime autoritario e oppressivo; le elezioni a Gaza hanno provocato l’ascesa del gruppo radicale Hamas mentre in Libano si è affermato Hezbollah. Inoltre l’invasione statunitense dell’Iraq ha portato con sé la guerra civile e una instabile pseudo democrazia che rischia sempre di più di cadere sotto il controllo dei gruppi radicali e sciiti”.

Insomma, nelle prossime settimane, forse mesi, il rischio di devastanti impennate si mantiene basso. Ma nel lungo periodo l’ipotesi di uno shock petrolifero, per quanto nient’affatto scontata, non può essere scartata a priori. E le conseguenze, nel caso, sarebbero molto preoccupanti. Non è un mistero infatti che molti analisti abbiano identificato nel crollo del prezzo dell’oro nero dell’autunno 2008, e nella sua risalita assai contenuta, gli elementi decisivi a sostegno della timida ripresa economica sperimentata nel 2010. Per questo, oggi, un improvviso boom dei prezzi avrebbe certamente un impatto negativo tanto per l’Occidente, quanto per alcune economie emergenti. Di recente, gli analisti di Nomura hanno stilato un’implicita classifica dell’impatto “petrolifero” calcolando per ogni Paese l’ammontare delle tonnellate di oro nero necessarie per produrre 1 milione di dollari di prodotto interno lordo. Nella graduatoria la Russia sovrasta tutti con quasi 2.000 tonnellate. A seguire Vietnam (1.062) e Indonesia (817) che precedono a loro volta i giganti Cina (796) e India (769). Inutile specificare quanto un rallentamento della crescita di queste ultime avrebbe un impatto negativo sull’agognato recupero delle economie consolidate.