Un paio di giorni fa, su Unità.it, Leonardo Tondelli si è interrogato sulle più recenti scelte linguistiche di Berlusconi. A cominciare da quelle che hanno caratterizzato la recente invettiva contro Gad Lerner e L’infedele, trasmissione paragonata come è noto a un “postribolo” e condotta in modo “spregevole, turpe, ripugnante”.

Si chiede Tondelli, e viene da chiedersi con lui, se l’uso di quei termini, lungi dall’essere casuale, non sia invece il frutto di una scelta accurata: chi altri, infatti, direbbe oggi “postribolo” al posto di “bordello” o “casino” (e a proposito si veda il commento di Guido De Franceschi su Il Sole24Ore del 25 gennaio)? E chi altri potrebbe concedersi il lusso di utilizzare, “al colmo dello sdegno” (cito sempre dall’articolo di Tondelli) un cultismo come “turpe”?

Da anni – è la riflessione del giornalista de L’Unità – chi interviene in televisione cerca di utilizzare un vocabolario il più ridotto possibile, alla portata dell’audience più ampia possibile. Perché le parole “difficili”, i “tecnicismi”, suonano snob, pretenziosi, perfino paternalistici. Fanno molto “politichese”. Mentre invece per bucare lo schermo bisogna parlare chiaro, come parla il “popolo”. Con un vocabolario quantitativamente selettivo, semanticamente vago (tutto è allo stesso modo “sfida”, o “emergenza”, o “responsabilità”), possibilmente anti-accademico. Con una sintassi fin troppo lineare. E per mezzo di argomentazioni apodittiche: che sembrano dimostrarsi da sole.

Eppure, è il commento di Tondelli, “l’’insipida neolingua televisiva [Berlusconi] l’ha imposta a tutti, tranne che a sé stesso”. Perché alla fine poi Berlusconi qualche stravaganza lessicale la inserisce sempre, nel suo eloquio. E non a caso: avendo obbligato i suoi concorrenti ad appiattire e omologare il loro stile per poterlo rincorrere, si è voluto consapevolmente smarcare, differenziare, rendere riconoscibile.

E allora, ecco il lessico “al tempo stesso magniloquente e popolare dei libretti d’opera e dei romanzi d’appendice” (altri esempi? Insufflare, ma anche pannicello, utilizzato nella lettera al Corriere della Sera di un paio di giorni fa), che si mescola al celeberrimo coglione, all’onomatopeico bunga-bunga, all’informale malmostoso (che è un regionalismo). E che infatti fa presa, viene notato, e spesso annotato (in primis, dai giornalisti).

C’è una coloritura che altri non ostentano, così preoccupati di tendere a un generico – e poco credibile – italiano dell’uso medio: che dovrebbe parlare a tutti, ma che in realtà non imita (né convince) nessuno. Mentre la lingua di Berlusconi sembra paradossalmente più reale, o perlomeno realistica: perché non si attiene a un solo “registro”, ma ne sfiora diversi, proprio come fa ognuno di noi quando parla.

Ora, per uscire dal gorgo, la sinistra non dovrebbe certo studiare (e imitare) ancora una volta lo stile di Berlusconi. Intanto perché l’imitazione suonerebbe ridicola e deferente, in presenza dell’originale. E poi perché – al contrario – dovrebbe invece tornare a un linguaggio più alto, radicalmente altro. Di nuovo semanticamente denso, intellettualmente stimolante, e politicamente caratterizzato. Libero da locuzioni buone per tutte le stagioni (e per tutti i palati) come “fare squadra”, “fare sistema”, “fornire degli incentivi”, e da termini come “sinergie”, “ripresa”, “competitività”. Che, oltre a essere piatte, hanno appiattito il nostro modo di pensare su un unico modello: quello dell’azienda, come ha ricordato Gustavo Zagrebelsky nel suo pamphlet Sulla lingua del tempo presente (a proposito, rimando all’interessante commento di Valeria Della Valle, Parole di plastica. Contagiati da un lessico bugiardo, pubblicato su Il manifesto il 18 gennaio).

Un linguaggio che non abbia, come unico scopo, quello di semplificare a tutti i costi. Di creare assuefazione all’ovvio, di compiacere tutti, di illuderci che ci sia sempre una risposta (immediata, generica) per tutto. Ma che si ponga l’obiettivo di rompere gli schemi, di rovesciare punti di vista, di veicolare la complessità. Perché la politica è (dovrebbe essere) una cosa complessa: e complessi sono i temi – e le parole chiave – di cui dovrebbe farsi carico.E pazienza se ogni tanto non si capirà qualcosa. Se dovremo fare degli sforzi. Se ci sentiremo impreparati, imperfetti. Vorrà dire che torneremo a sfogliare un dizionario. Ce ne sono di ottimi, in giro. E costano meno di un telefonino.

Ps: dal prossimo post vorrei provare a interrogarmi sul significato di alcune parole chiave del linguaggio politico, nel tentativo – appunto – di articolarne un po’ la definizione. Ogni suggerimento è benvenuto.