(Prima parte)

Quando si parte da presupposti radicalmente inconciliabili su questioni fondamentali come il senso e il valore della vita, è difficile trovare una composizione che non comporti la soccombenza di una delle parti. Quando la stessa concezione di libertà individuale non è univoca, come si fa a sentire al sicuro la propria? E’ possibile comprendere in profondità le diverse posizioni oggi in gioco per tentare di individuare un metodo e una regola che possano essere condivisi in modo civile e democratico? Ci tento, anche per rendere meno inutili le polemiche, spesso strumentali e fastidiosamente rivolte all’emotività più che alla razionalità, sempre più frequenti.

Tra cosiddetti “laici” e cosiddetti “cattolici” esiste una spaccatura reale, a mio avviso insanabile, che ripropone, aggiornate, visioni molto più antiche di quanto non si pensi comunemente. E’ superfluo sottolineare che con il termine “cattolici” non si intendano solo i praticanti, ma tutti coloro che, più o meno consapevolmente, considerano proprio e irrinunciabile un patrimonio di valori e principi che rimandano alle famose “radici giudaico-cristiane” o forse, più correttamente, “greco–giudaico-cristiane” (il cristianesimo ha fatto proprio il pensiero di un filosofo precristiano come Aristotele), mentre con il termine “laici”, impropriamente, si identificano quanti, anche inconsapevolmente, si rifanno a posizioni filosofiche immanentiste quali quelle del pensiero da Cartesio in poi.

Semplificando al massimo, visto che non voglio fare un discorso filosofico, ma solo cercare di individuare la divergenza dei punti di vista iniziali, per i laici è preminente il ruolo della nostra soggettività, capace di conoscere e di autodeterminarsi, mentre i cattolici pongono il centro dell’attenzione su ciò che esiste all’esterno ed oggettivamente rispetto al soggetto conoscente, che non è quindi la misura della realtà. Non tutto ciò che esiste può essere conosciuto in laboratorio, anzi ci sono realtà sovrarazionali – non irrazionali – che non potremo mai conoscere pienamente attraverso i ristretti limiti della nostra ragione. Una di queste conoscenze riguarda l’esistenza o meno di un creatore: le dimostrazioni logico-razionali della filosofia precristiana (il famoso motore immobile) e cristiana non sono sufficienti a far credere all’esistenza di un dio personale e trascendente, dimostrano solo ai credenti che la loro fede non è irrazionale così come nessun ateo può dimostrare in modo assolutamente indiscutibile che nessun dio esista.

Ciascuno potrebbe restare nelle proprie convinzioni se non fosse che queste convinzioni presentano risvolti problematici nella convivenza organizzata da leggi civili. Come uscirne allora?

Laici e cattolici, paradossalmente, si prefiggono entrambi il bene della persona attraverso la difesa della libertà individuale. La libertà per i “laici” si sostanzia nel riconoscimento ad ogni individuo di uno spettro di opzioni effettive che ha come solo limite l’analogo altrui esercizio (la mia libertà finisce dove comincia quella altrui). L’unica regola dell’agire individuale è che non ci sono regole assolute, se non quelle pienamente e consapevolmente condivise socialmente (ad esempio, guidare a destra o a sinistra, secondo le convenzioni). La propria soggettività è il fondamento di ogni regola e l’affettività, conseguentemente, deve aver modo di esprimersi secondo le proprie pulsioni, fatto salvo il rispetto delle altrui inclinazioni. La vita è un diritto, ma non un dovere: nessuno può costringere a vivere una condizione esistenziale indecorosa o insopportabile. Ciascuno è padrone della sua vita e del suo destino. Lo Stato deve solo consentire le libertà individuali così intese. Coloro che si richiamano a tale laicità, fanno appello a principi e valori etici autocostruiti dall’uomo stesso che si concretizzano in norme giuridiche di convenienza per lo svolgimento della vita sociale. Ed è in virtù della loro umanità che questi principi e valori non sono statici per condizione intrinseca, ma si aprono a continue revisioni e concessioni alle mutazioni storiche e sociologiche. Con ciò tentando di dare sempre maggior spazio alla libertà dei singoli, quello spazio che talvolta, per necessità d’ordine, è stato ed è ristretto nelle società organizzate.

La libertà per i “cattolici” è cosa ben diversa dal libero arbitrio: è un contenuto, non una mera possibilità. La libertà vera, quella da cui dipende il benessere esistenziale della persona, è intesa come autodeterminazione verso il bene ovvero verso un uso del libero arbitrio oggettivamente inteso come bene. Non vi è alcuna libertà nell’arrecare, a sé o ad altri, del male assecondando comportamenti sbagliati. Cionondimeno, mentre va rispettata e sostenuta la faticosa e personale distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, non può essere in alcun modo tollerata, se non in termini democratici, una legislazione informata a principi intrinsecamente sbagliati. I casi sono pochi, tuttavia rilevanti: (a) tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale; (b) natura e fini del matrimonio rispetto ad altre forme di unione; (c) educazione dei figli intesa come diritto-dovere dei genitori con ruolo solo strumentale dello Stato.

Il fondamento delle regole non sta nella propria soggettività, ma in un ordine impresso nella natura delle cose che si impone alla propria coscienza come legge naturale: non siamo gli autori della nostra natura umana, ma solo dei liberi e consapevoli “assecondatori” dei suoi fini, distinguendoci in questo dagli altri animali che sono regolati dall’istinto senza alcun merito o progresso nel proprio agire, né consapevolezza della comune condizione di esseri mortali. Lo Stato, quindi, secondo costoro, non può legittimamente legiferare in contrasto con questa visione della libertà umana, della natura e dei fini della persona e, conseguentemente, non ha senso obiettare che una legge che ad esempio consenta l’eutanasia, di certo non obblighi chi non la condivida ad adottarla. Esiste un limite all’agire umano e anche alle libertà individuali che non può essere rappresentato dalle sole leggi della fisica. Non tutto ciò che è umanamente – o tecnicamente – possibile fare è pure lecito.

La libertà secondo i “laici” sembrerebbe quindi più liberale rispetto a quella dei “cattolici” e ad un primo esame certamente lo è. Partendo, però, le due visioni da presupposti radicalmente insanabili (incentrata com’è è l’una sulla soggettività individuale come l’altra lo è sulla dipendenza e appartenenza dell’individuo ad una realtà esterna a sé ed oggettiva), il confronto tra le due visioni di libertà non ha molto senso, tanto è vero che entrambe, soggettivamente, possono ben ritenersi – e infatti si ritengono – ciascuna superiore all’altra. Sarà solo il grado di felicità e di appagamento esistenziale che sancirà, nella vita che conta, quella vera e vissuta, vincitori e vinti di questa guerra tra concezioni di libertà così differenti. Le due visioni, peraltro, sono entrambe laiche perché ben distinguono la differenza che corre tra ciò che è peccato e ciò che è reato. Perciò   accusare di integralismo i “cattolici” coerentemente impegnati in politica dimostra che non si ha idea di ciò che correttamente significa agire secondo una mentalità laicale, magari per fini propagandistici. Una legislazione integralista (tipo sharia) vieterebbe, ad esempio, il consumo di carni in quaresima od obbligherebbe all’assistenza alla messa domenicale e nelle altre feste comandate.

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