Tra la più sovrana indifferenza dell’Europa, in Africa è nato ufficialmente un nuovo Stato, dopo che un referendum ha sancito la secessione della regione meridionale del Sudan. Doveva sancire la fine di una guerra civile costata due milioni di morti, e invece a Khartoum scendono in piazza quindicimila persone per chiedere che Omar El-Bashir, “presidente” da vent’anni, se ne vada.

La febbre africana corre veloce, e dopo aver infiammato le rive del Mediterraneo si insinua nel cuore del continente. Si moltiplicano le analisi che tentano di interpretare la catena delle rivolte, evocando un temibile “effetto domino” che non si sa dove potrebbe far cadere il suo ultimo tassello. Si evoca, con giustificato timore, l’ipotesi di una regia occulta e potente che governa il timing delle rivolte. Ciò che non si fa è chiedersi come l’Europa sia riuscita a farsi cogliere impreparata dagli eventi, com’è possibile che ci stia andando a fuoco la porta di casa e prima non abbiamo provato nemmeno a buttarci sopra un secchio d’acqua. Perché non è pensabile che vengano abbattuti i governi della Tunisia e dell’Egitto, e che non solo scricchiolino dittature come Siria, Libia e Yemen, ma che il malessere fermenti addirittura in Marocco e Giordania. Non è pensabile che tutto questo possa accadere in poche settimane senza che il terreno sociale di quei paesi fosse pronto ad accogliere e far fruttificare il seme della ribellione.

Lo sapevamo qui in Europa? Grave sarebbe, se la risposta fosse “non sapevamo”, perché in quel caso dovremmo chiederci quanto lunghi, o meglio quanto corti, siano i recettori delle nostre diplomazie rispetto a quanto accade sulla sponda meridionale del “mare nostrum”. Più grave sarebbe, però, se la risposta fosse “sapevamo”, perché allora saremmo semplicemente complici di un disastro annunciato, di fronte al cui annuncio abbiamo preferito affidarci alla buona sorte. Anzi, nel frattempo abbiamo stretto vigorosamente la mano ai signori che ora finiscono nella polvere.

L’Ue continua a non dimostrarsi all’altezza del compito geopolitico, ma anche storico, che dovrebbe assolvere. L’incapacità europea di pesare sullo scacchiere globale non è una novità, ma l’assoluta irrilevanza espressa nell’azione di stabilizzazione e apertura rispetto al mondo arabo è di una gravità allarmante. Pari solo probabilmente alla colpevole inerzia con cui stiamo lasciando senza interlocutore la Turchia. Dovremmo ricordare che quando non si è capaci di esercitare un’influenza, è molto probabile che la si subisca.

Nello sconforto generale, il clima si incupisce se puntiamo l’obiettivo sull’Italia, che continua a dimostrarsi il ventre molle, per non dire molliccio, dell’Ue. La totale assenza di una nostra vera iniziativa diplomatica è pareggiata solo dalle tristi uscite del ministro Frattini, celerissimo, dopo le rivolte di Tunisi, a dare l’endorsement italiano a Gheddafi, offrendogli il riconoscimento di essere argine al fondamentalismo islamico. Per tacere del tempo che spreca in conto terzi quando si occupa degli affari immobiliari di Santa Lucia.