Questo post prende spunto da una domanda di carattere etico, che mi assilla da tempo: abbiamo anche noi una qualche responsabilità (indiretta) nei confronti di quei popoli che oggi hanno difficoltà a procurarsi il cibo e che noi (con le nostre multinazionali), per l’aumentata disponibilità di moneta, siamo disposti a pagare di più?

Cerchiamo di analizzare la situazione mondiale, cercando (e sperando) di non essere troppo tecnici.

Attualmente sia la Tunisia che l’Egitto sono in evidente crisi politica, strettamente legata a quella economica. L’iper-inflazione (l’aumento del costo della vita) sta già colpendo anche il Vietnam, la Thailandia e l’Indonesia e Algeria, Marocco e Cisgiordania hanno già attuato misure per calmierare i prezzi. In Pakistan l’inflazione degli alimenti è oltre il 15% e in India è del 20%.

La Cina, il Brasile e l’Australia hanno provato ad alzare i tassi di interesse per difendersi, ma il problema del costo delle materie prime alimentari è ormai aperto nella maggior parte dei paesi emergenti. E i BRIC d’oriente (Cina ed India) non possono permettersi di rallentare la crescita senza provocare forti tensioni sociali. La crisi dell’Egitto ha poi già fatto rialzare il costo del petrolio.

E’ vero che gli aumenti dipendono da molti fattori come la politica dei sussidi all’agricoltura in occidente e i problemi climatici, ma forse è anche colpa della speculazione, e non solo.

Nell’attuale contesto (crisi e alti debiti pubblici) la politica di FED e BCE per affrontare l’emergenza è stata quella di immettere in vario modo moneta, sia per spingere l’economia ma anche verosimilmente per diminuire l’impatto dei debiti pubblici (e il downgrade del Giappone di venerdì ci ricorda la portata di questo problema). Se infatti ho un debito di 1.000 euro ed il valore dell’euro si dimezza (in termini di potere d’acquisto) per effetto della maggiore offerta di moneta, allora anche il mio debito si dimezza.

Basta, dunque, che la Banca centrale (BCE) immetta massa monetaria in quantità e l’effetto di alleggerire i debiti pubblici è raggiunto, i consumi vengono stimolati, ma rimane l’effetto indesiderato dell’inflazione, se non addirittura quello di alimentare direttamente la speculazione, quando la nuova immissione non viene utilizzata per acquisto di beni e per investimenti, ma alimenta soprattutto i mercati finanziari (e delle ultime iniezioni di liquidità hanno usufruito soprattutto i bilanci delle banche).

In caso di inflazione a pagare il conto sono tutti quelli a reddito fisso, dipendenti e pensionati, e quelli che hanno in mano i titoli di debito a tasso fisso denominati in quella valuta; se ad esempio l’aumento dei prezzi è del 5% annuo per 5 anni e gli stipendi e le pensioni sono fermi, il reddito reale perde il 25% del potere d’acquisto.

E’ per questo che si dice che l’inflazione è una tassa occulta, e ne risentono maggiormente i meno ricchi.

Quasi tutte le economie occidentali, in ragione della superproduzione di massa monetaria degli ultimi mesi, sono avviate su questa strada.

Questo è lo scenario ipotizzabile, a meno che non si verifichi la c.d. “trappola della liquidità”, che scatta quando, per quanto basso sia il tasso d’interesse e facile sia indebitarsi ulteriormente, per paura del futuro o, semplicemente, per i debiti eccessivi, si preferisce non spendere né investire.

A questo punto viene spontaneo chiedersi se questo primo accenno di inflazione, che colpisce per ora soprattutto le materie prime (che sono all’inizio della catena produttiva), ma che presto potrebbe passare ai prezzi alla produzione e ai prezzi al consumo anche in Italia (e pure nell’ipotesi di economia interna ferma, per effetto dell’inflazione importata dagli altri paesi da cui acquistiamo materie prime e beni) è solo colpa della speculazione o è anche l’effetto indiretto delle politiche monetarie dei paesi occidentali (volute per abbattere i debiti pubblici), che hanno iniettato nel sistema quantità mostruose di moneta negli ultimi 2 anni (soprattutto la FED USA).

Quindi – per rispondere al quesito iniziale – una qualche responsabilità, effettivamente, la abbiamo nei confronti dei Paesi in difficoltà.

E, a questo punto, limitandosi al nostro sistema economico, c’è anche da chiedersi, con preoccupazione, che effetto avrà sui nostri consumi interni e sugli stipendi reali, in caso di inflazione elevata, il blocco dal 2011 al 2013 di tutti gli stipendi pubblici.