La tormentata vicenda della Ru486, la sentenza del Tar sulle linee guide della Lombardia sulla legge 194, il messaggio del Papa contro un’educazione sessuale che trasmette “concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione”. Si potrebbe continuare a lungo. Tutti episodi recenti che testimoniano l’intensità del dibattito in corso sui cosiddetti diritti riproduttivi. Riconosciuti dall’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità), essi riguardano la sfera della riproduzione, l’accesso a informazioni e mezzi che consentano la libera scelta in tale ambito e dunque il conseguimento della piena salute sessuale e riproduttiva. In Italia, però, la nozione non è unanimemente accettata, tanto che l’attuale sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella sostiene che “i diritti riproduttivi sono più che altro diritti a non riprodursi”.

Il Gender gap report 2010, redatto dal World economic forum, colloca l’Italia al 74esimo posto per disparità uomo-donna. E secondo l’Ocse in Italia lavora meno di una donna su due (siamo quelli messi peggio dopo la Turchia). Sono diverse quindi le problematiche che riguardano la condizione della donna nel nostro Paese. Ma la questione dei diritti riproduttivi è attualmente una delle più controverse e più a rischio, come spiega Celeste Montoya Kirk, una docente della University of Colorado che si occupa di studi di genere. Montoya ha ricostruito la parabola della lotta per i diritti delle donne in Italia, evidenziando lo stallo di alcune battaglie, in primis proprio quella per i cosiddetti diritti riproduttivi. Secondo la docente americana, i movimenti femminili italiani si sono impegnati principalmente su due versanti: quello della lotta contro la violenza sulle donne e quello sui diritti riproduttivi.

Se da un lato la battaglia contro la violenza ha continuato ad avanzare e a raccogliere consensi, dall’altro, c’è stata una graduale perdita di forza riguardo ai temi della libertà riproduttiva. Tutto ciò ha avuto evidenti effetti anche sul piano della legislazione. “Negli anni Settanta le donne combattevano in modo compatto e radicale per i loro diritti. Dopo l’approvazione della legge sull’aborto, però, il movimento per i diritti riproduttivi è andato perdendo vigore. Mentre gli ostacoli all’attuazione delle politiche perseguite da tale movimento non sono stati rimossi e diverse battute d’arresto sono state impresse dai vari governi Berlusconi”.

Se al successo nelle lotte contro la violenza sulle donne hanno contribuito influenti gruppi internazionali ed europei, “i movimenti per i diritti riproduttivi non sono stati capaci di raggiungere un analogo successo e dunque non sono riusciti a plasmare la cultura e a modificare l’apparato legislativo. Per questo, soprattutto in società dove la religione gioca un ruolo forte, la questione dei diritti riproduttivi è rimasta piuttosto problematica”. Montoya spiega che “in Italia l’attuazione delle politiche riproduttive è sempre stata complicata, diversificata da regione a regione e condizionata dai vari cambi di governo”. Ma è soprattutto oggi che questi diritti sono particolarmente sotto attacco: “Le recenti disposizioni sulla fecondazione assistita e i tentativi di modificare la legge sull’aborto rappresentano una minaccia”.

Mentre negli anni Settanta le donne sono riuscite a imporre l’attenzione sul tema dell’aborto attraverso scioperi della fame e massicce manifestazioni, oggi l’implementazione dei diritti riproduttivi vede in campo attori molto più deboli e sfilacciati. La voce cattolica ha allora gioco facile e riesce a farsi sentire, mentre il confine del dibattito viene spostato sempre più avanti, sulle tecniche di fecondazione o sul diritto alla privacy del feto. Così il sottosegretario Roccella si scaglia contro la “tecnoscienza”, che vuole “artificializzare e medicalizzare la nascita fino a trasferirla in laboratorio, un luogo che per alcuni è molto più rassicurante, asettico e monitorabile di un qualunque utero di donna”. E il neonatologo Carlo Bellieni sull’Osservatore romano scrive un lungo editoriale contro lo screening genetico prenatale come routine, considerato un’intromissione nella “privacy genetica” del nascituro.

di Benedetta Fallucchi