“Quest’ uomo sta sfasciando l’Italia dopo aver sfasciato la sua famiglia… lasciatelo dire a me che l’ho conosciuto bene, è stato sette anni nella mia associazione”. Chi ha parlato così? Un antiberlusconiano di professione? Un giudice di Milano? Un cronista rosso? No, si tratta di Licio Gelli, il gran maestro della Loggia deviata che, appunto, rivendica la comune militanza con l’amico Silvio nella loggia P2. L’intervista, riportata dall’agenzia Ansa, è stata rilasciata al quotidiano Il Tempo, segno che anche da quelle parti è iniziata ormai la catena delle dissociazioni.

Il piccolo Cesare comincia ad essere imbarazzante non solo per la sua famiglia, ma anche per alcune logge che cominciano a ritenerlo un peso morto, un impresentabile in grado di tutelare gli affaracci suoi, ma non più di tutelare anche i loro, che non sono per altro meni inquinati e inquinanti per il paese e per l’ordinamento democratico. Eppure il caimano non intende cedere, anzi prova a rilanciare e ha annunciato una marcia contro i giudici a Milano per il prossimo 13 febbraio, sembra quasi di assistere al finale del film diretto da Nanni Moretti, che qualcuno, anche nel centro sinistra, definì fosco e troppo pessimistico, tanto per cambiare!

Guai a prenderlo sotto gamba, qui siamo in presenza di un annuncio eversivo, di un tentativo dichiarato di intimidire i giudici, di disgregare quello che resta del principio della divisione dei poteri, di imbavagliare e accecare la pubblica opinione, affinché nulla veda, nulla senta, nulla sappia.

La controprova è arrivata ieri sera quando un patetico Masi, direttore generale della Rai, si è travestito da Berluschino e ha provato a molestare Santoro chiamando in diretta durante la trasmissione. Naturalmente ne è uscito con le ossa rotte, ridicolizzato, grazie alla fermezza con la quale Santoro lo ha mandato a stendere, difendendo per altro la libertà dei suoi ascoltatori a non essere disturbati dai molestatori di turno. Resta comunque la gravità di un direttore generale che chiama per minacciare e non si rende conto che sta minacciando tutti noi e lo stesso articolo 21 della Costituzione. Peraltro è lo stesso Masi che non ha fiatato davanti alle videocassette del presidente del Consiglio e non ha chiesto ai suoi Tg i dare subito il diritto di replica ai magistrati aggrediti e insultati. Questa sì è stata l’unica, grande violazione del codice che regola le modalità di descrizione dei processi in tv. Nel caso della videocassetta l’imputato ha potuto processare e condannare i suoi giudici.

Ecco il filo logico e politico che lega la patetica esibizione di Masi all’annuncio della marcia berlusconiana contro i giudici di Milano. Si preparano alla battaglia finale e vogliono tentare di oscurare quello che non gli piace, di cancellare i fatti, di bruciare le carte processuali, di chiudere la bocca a quei cronisti che ancora cercano di fare il loro mestiere, possibilmente vorrebbero narcotizzare la pubblica opinione affinché non ci sia reazione alcuna.

Proprio per questo quel 13 febbraio non potrà essere solo la giornata della marcia contro la Costituzione, ma dovrà vedere anche la presenza forte, ampia, unitaria di quanti ancora amano la legalità repubblicana. Per una volta bisognerà andare oltre i confini e le gelosie di schieramento, di parte, di gruppo, di associazione, e ritrovarsi uniti solo dal tricolore e dalla Carta costituzionale. Per una volta bisognerà esserci tutti, davvero tutti, da Vendola a Fini per usare una immagine simbolica, passando per migliaia e migliaia di donne e di uomini che non hanno mai smesso di battersi per la libertà, per la legalità, per la dignità e per l’inclusione sociale.

Non perdiamo tempo a discutere di formalismi, ritroviamoci a Roma, impugniamo la bandiera e la Costituzione, chiediamo a tutti, e in primo luogo a noi stessi, di compiere uno sforzo di generosità e di anteporre a sé e agli interessi del proprio gruppo solo e soltanto l’interesse generale. Per tornare a litigare ci sarà sempre tempo, ma liberiamoci da questa metastasi prima che sia troppo tardi. Chiunque fosse interessato potrà anche aderire all’appello lanciato oggi da Federico Orlando, presidente di Articolo 21.