In febbraio dovrebbero scadere i tre mesi di sospensione dall’Ordine dei Giornalisti (e quindi dall’esercizio della professione) comminati nel novembre scorso a Vittorio Feltri, per aver pubblicato sul Giornale il “documento poi rivelatosi falso, su una presunta schedatura per omosessualità” di Dino Boffo. In realtà il direttore dell’Avvenire fu sottoposto ad una vera e propria campagna di character assasination, come era successo e come sarebbe poi successo ad altre persone che “davano fastidio” al Mandante: la moglie Veronica, il giudice Mesiano, il “traditore” Fini, ecc. E come è continuato a succedere e succede ancora in questi giorni, con il passaggio del manganello direttoriale a Sallusti, chiamato in rete Alessandro “Goebbels” Sallusti.

L’ultimo atto di killeraggio mediatico è un titolo a caratteri cubitali, nella prima pagina del Giornale berlusconiano, sugli “amori privati della Boccassini”, per un flirt avuto con un “giornalista di sinistra” (sic!) dalla pm milanese, colpevole di indagare sui reati a sfondo sessuale del Mandante. Un flirt, peraltro, di 29 anni fa. Intanto Feltri si è trasferito su Libero, diretto da Maurizio “Starace” Belpietro, ricostituendo un duo che saprà autorevolmente contendere all’allievo Sallusti la palma, se non della fedeltà al Mandante – si sa, Feltri ama rappresentarsi come un “libero battitore” – della efficacia delle “campagne” e degli “scoops” che, casualmente, colpiscono la dignità o comunque l’immagine di chi, in una maniera o nell’altra, sia di ostacolo agli interessi e ai capricci del Mandante.

Questi tre continuano dunque a “esercitare la professione giornalistica”. E l’Ordine del Giornalisti non ha niente da dire. Anche nel caso della sospensione di Feltri, si ricorderà che l’Ordine Lombardo l’aveva decisa per sei mesi e che, in sede di ricorso, dovettero riunirsi ben 132 membri del Consiglio Nazionale. Bocciata la proposta di conferma, almeno, della clemente e comunque formale sanzione lombarda – riportarono le cronache – “il Consiglio si è spaccato, con 66 favorevoli alla riduzione e 66 contrari ed ha quindi prevalso la tesi più favorevole all’imputato”.

E niente succede oggi per Carlo Rossella (una volta giornalista, oggi presidente della berlusconiana Medusa Film e membro pur defilato della corte del bunga-bunga). Ma soprattutto niente succede per Emilio Fede, sulla cui estraneità alla libera professione giornalistica e sulla cui altezza morale e giudiziaria è inutile aggiungere anche solo una parola a quello che è venuto fuori dalle intercettazioni, a quello che hanno deciso i pm e a quello che decideranno i giudici.

E’ bene ricordare a tal proposito che, in base alla legge sull’Ordinamento della professione giornalistica, gli iscritti all’Ordine (anche i pubblicisti, non solo i “professionisti” come Fede) “che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale, o di fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità dell’Ordine, sono sottoposti a procedimento disciplinare.

Ebbene, nonostante la caterva di comportamenti indecorosi e indegni documentati inequivocabilmente dalle intercettazioni (per tacere di quelli immaginabili e stendendo un pietoso velo sul decoro e sulla dignità delle sue prestazioni televisive a favore del Mandante), risulta che nessuno dalle parti dell’Ordine dei Giornalisti – ripetiamo, nessuno – abbia preso una qualche iniziativa sulla base di quel disposto legislativo e normativo, a tutela appunto del decoro e della dignità della professione (peraltro l’unica, vera funzione che legittima l’esistenza dell’Ordine) e della reputazione dello stesso Ordine.

Solo il 18 gennaio si è registrata una cauta dichiarazione del presidente dell’Ordine del Lazio, Bruno Tucci: “Sui quotidiani, per radio e in tv appare da qualche giorno il nome del collega Emilio Fede, iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio quale indagato nella vicenda che coinvolge il presidente Silvio Berlusconi. Il Consiglio dell’Ordine auspica che il collega chiarisca al più presto la sua posizione affinché ogni dubbio possa essere superato”.

Tucci è persona stimabile e ottimo giornalista. Ma gli si può obiettare che, nel caso, non ci si debba e non ci si possa limitare ad “auspicare”? Pur non infierendo su Fede, e tenendo presente altri casi in cui lo stesso Ordine del Lazio è intervenuto con tempestiva e adeguata severità, il caso in questione appare di tale, enorme gravità da imporre all’Ordine una sua specifica iniziativa, cominciando col pretendere – non limitandosi ad auspicare – che l’interessato chiarisca la propria posizione. E’ appena il caso di ricordare, infatti, che oltre alla dimensione morale e giudiziaria del caso, balzano già agli occhi i suoi oggettivi, pesanti, grevi aspetti deontologici. Di statutaria pertinenza dell’Ordine. Anche del Consiglio Nazionale, rimasto sinora totalmente assente, muto e fermo. Nemmeno un auspicio…