“E’ il momento Sputnik della nostra generazione”. Per cercare di svegliare l’America, per renderla competitiva in un mercato globale sempre più duro e affollato, Barack Obama è tornato agli anni Cinquanta e alla sfida spaziale con l’Unione Sovietica. Quando, “investendo in ricerca ed educazione, non soltanto sorpassammo i sovietici, ma riuscimmo a innovare e a creare nuove industrie e milioni di posti di lavoro”.

E’ durato poco più di un’ora il discorso sullo stato dell’Unione 2011. Obama l’ha pronunciato davanti al Congresso, a milioni di americani, ma soprattutto in una fase critica e delicata per gli Stati Uniti. Competizione internazionale sempre più forte (in particolare da parte di Cina e India), disoccupazione al 9%, un debito pubblico che galoppa incontrollato: sono tutti segni della crisi americana, che Obama ha detto di voler fronteggiare con un programma di tagli alla spesa, di nuovi investimenti nella ricerca, nell’educazione, nello sviluppo di Internet e delle energie alternative, con uno spirito nazionale nuovo, più unitario e solidale. “Andremo avanti insieme, o non andremo da nessuna parte”, ha detto a inizio discorso.

Il presidente è arrivato a questo appuntamento dopo due anni di governo e molti chiaroscuri. Ha fatto cose che resteranno (riforma sanitaria, regole più stringenti per Wall Street, legge sui gay nell’esercito), ma non è riuscito a imprimere una vera svolta e lentamente è sceso nei consensi. Il Congresso cui parlava ieri sera, dopo le elezioni di midterm, era composto da molti più repubblicani rispetto al passato, molti di questi vicini al Tea Party, che lo attendono al varco soprattutto sulle questioni del debito e della sicurezza nazionale. La prima preoccupazione di Obama è stata allora riconoscere questa nuova realtà, offrire collaborazione, “perché in gioco non c’è la vittoria alle prossime elezioni – ha detto – in gioco ci sono più imprese e posti di lavoro”.

La mossa ha avuto l’ovvio significato, per Obama, di levarsi sopra i due anni passati, sopra gli scontri, le schermaglie, i conflitti (culminati nel tentato assassinio della deputata Gabrielle Giffords), e proporsi come leader post-partisan, pragmatico, liberal senza essere ideologico, proprio in vista delle presidenziali 2012. Per il resto, nel discorso di stanotte, Obama ha fatto quello che gli riesce meglio. Non ha dato veri dettagli, ma ha preferito dedicarsi alle linee generali, al quadro filosofico, alle aspirazioni esistenziali, prima ancora che politiche.

Sulla questione più spinosa, quella del bilancio, ha detto di voler tagliare 78 miliardi dal budget del Pentagono, e di pensare a congelare alcuni settori della spesa nazionale per i prossimi 5 anni. Ma non ha spiegato quali sono i settori da colpire, e si è ben guardato dall’adottare le richieste di tagli drastici alla Social Security (con rialzo dell’età pensionabile) proposte dalla Commissione bipartisan da lui stesso istituita (come a dire, non si taglia in tempo di elezioni. La palla passa ora ai repubblicani, che continuano a chiedere il ritorno della spesa ai livelli del 2008).

In tema di nuovi investimenti, di ciò che dovrebbe permettere agli Stati Uniti di “vincere il futuro”, Obama ha detto di voler portare la spesa per la ricerca e l’innovazione ai livelli dell’America di John F. Kennedy (altro riferimento alla “nuova frontiera”). Il programma è formare almeno 100 mila insegnanti di matematica e scienze entro il prossimo decennio; finanziare la costruzione di strade, aeroporti, treni ad alta velocità; garantire il wireless per il 98% degli americani nel periodo di una generazione. Nell’agenda del presidente c’è poi la riforma fiscale per le aziende (anche qui, pochi dettagli), una nuova legge sull’immigrazione, il passaggio sempre più deciso a forme di energia alternativa, con l’abbandono della dipendenza dal petrolio.

“Non importa chi siamo o da dove veniamo. Ognuno di noi è parte di qualcosa di più grande”, ha concluso Obama, facendo risuonare un’altra nota ottimistica in un discorso tutto teso a indicare una via d’uscita dalla crisi. Ciò che comunque resta, nel debole applauso che ha salutato il presidente, in milioni di spettatori, in molti resoconti giornalistici e commenti a caldo, è l’altra nota dominante del discorso, la constatazione che “il mondo è cambiato”, e l’interrogativo sul futuro, e il potere dell’America.

di Roberto Festa